domenica 28 dicembre 2014

Ermanno Rea -LA COMUNISTA - Due storie napoletane - Giunti 2012 - € 6,90


Abbiamo iniziato ad amare Francesca Nobili, più conosciuta come Francesca Strada, nome con il quale firmava i suoi articoli su l'Unità e la stampa comunista negli anni cinquanta, leggendo il bellissimo romanzo inchiesta - o romanzo verità - di Ermanno Rea Mistero napoletano (Einaudi,1995). Vedi il link:

http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2012/05/ermanno-rea-mistero-napoletano-einaudi.html

Con il romanzo La comunista, Ermanno Rea ne incontra l'evanescente ectoplasma con il quale intesse un dialogo appassionato sul futuro di Napoli, che può essere salvata soltanto con l'utopia, da un pensiero folle, dalla capacità collettiva di abbandonarsi all'entusiasmo dell'impossibile. 

Questo l'incipit:

Prima ancora di riconoscerla, il cuore mi saltò in gola precedendo la mia mente annebbiata. Sembrava una sera come un'altra, invece no. Avevo bevuto. Il selciato bagnato luccicava: il selciato di piazza San Ferdinando, proprio davanti alla chiesa dove una sera di tanti anni prima lei mi aveva stretto un braccio e con voce carica d'ironia mi aveva detto: sei carino, sei proprio carino, peccato che hai le gambe corte, che sei un brevilineo. Altrimenti mi sarei innamorata di te.
L'altro racconto L'occhio del Vesuvio, non mi ha entusiasmato proprio, forse perché preso emotivamente dal personaggio di Francesca e dalla sua breve, intensa e drammatica avventura terrena. 


mercoledì 17 dicembre 2014

JACK KEROUAC INEDITO





Questa sera, per caso,  tra vecchi giornali utilizzati per accendere il caminetto, mi è capitata sotto gli occhi questa pagina di Repubblica di sabato 22 marzo 2014 che parla di Kerouac, e di un suo inedito, pubblicato da Mondadori. Scritto nel 1944, "La vita stregata" doveva costituire la prima parte di un romanzo ambientato nell'immaginaria cittadina di Galloway. 

Convinto di averne dimenticato su un taxi l'unica copia manoscritta, l'autore la riteneva perduta. Invece era al sicuro in un armadio della Columbia University, da dove è riemersa di recente.




La notizia mi ha sorpreso non perché sia straordinario il ritrovamento dell'inedito e la sua pronta pubblicazione, ma per il fatto che, già da qualche giorno, avevo deciso di fare un pezzo su Kerouac, la coincidenza mi ha confermato  della bontà della decisione. 

Questo ritrovamento, che in un certo senso si può considerare un antefatto di On the road, mi da lo spunto per richiamare l'attenzione sul fatto che Kerouac ha sempre considerato i suoi romanzi come un'opera unica, e solo la cecità dei suoi editori ha impedito, ad esempio,  che si potessero utilizzare gli stessi nomi per i personaggi delle sue storie. 

Nell'edizione italiana di Big Sur (I edizione Oscar Mondadori, 1976) Kerouac lo dichiara esplicitamente nella prefazione:


La mia opera forma un unico grosso libro, come quella di Proust; soltanto che i miei ricordi sono scritti di volta in volta e non dopo in un letto di malato. A causa delle obiezioni dei miei primi editori non ho potuto servirmi degli stessi nomi di persona in ogni libro. Sulla strada, I sotterranei, I vagabondi del Dharma, Il dottor Sax, Maggie Cassidy, Tristessa, Angeli della desolazione, Visioni di Cody e gli altri romanzi compreso questo, non sono che capitoli dell'intera opera ch'io chiamo La leggenda di Dulouz. Voglio, quando sarò vecchio, riunire tutti i miei libri, reinserirvi il mio Pantheon di nomi uniformi, lasciare il lungo scaffale pieno di libri, e morire felice. L'insieme forma un'enorme commedia, veduta attraverso gli occhi del povero Ti Jean (io), altrimenti noto come Jack Dulouz, il mondo della furibonda azione, della follia, e anche della dolcezza soave, veduto attraverso quel buco della chiave che è il suo occhio.

1962                                                                                              Jack Kerouac   

Ma Jack Kerouac non ha avuto il tempo per diventare vecchio, la vita l'ha consumata tutta  vivendola, e non ne è rimasto neanche un briciolo per realizzare quel desiderio di riunire tutti i suoi libri in un'unica opera.

1995, £ 13.000
1976, £ 1.200
1982, £ 5.000



1973, £ 800

1978, £ 4.000

giovedì 4 dicembre 2014

IL LIBRO DIGITALE (E I TIMORI DI UN LETTORE TRADIZIONALE)



L'ultima trovata del colosso dell'e-commerce Amazon sembra destinato a mandare in pensione, dopo oltre 600 anni di onorato servizio, il libro così come lo conosciamo noi  lettori moderni: quell'oggetto costituito da un insieme di fogli stampati della stessa dimensione, racchiusi dentro una copertina più o meno rigida, acquistabile solo dopo averne  maneggiati, sfogliati e leggiucchiati svariati titoli, per decidere quale scegliere, in quei locali romantici che chiamiamo librerie.

Libreria del Viaggiatore a Roma


Ecco, ora sembra che questa procedura, diciamo, tradizionale del lettore che sceglie e acquista singolarmente un libro, non sia più remunerativa per chi quel libro lo deve stampare in ragione di una copia per ogni singolo lettore,  e quindi la prospettiva è quella di sostituire la filiera editore-distributore-libraio-lettore da una biblioteca virtuale a cui il singolo lettore accede direttamente, da ogni parte del mondo, con un semplice clik, a quell'unica copia digitale in possesso del colosso finanziario di turno che ne detiene il diritto d'autore (copyright).

Sembra questa la scelta di Kindle unlimited che, a fronte di un canone mensile di € 9,99 al mese, mette a disposizione dei clienti che sottoscrivono l'abbonamento, un archivio di 700.000 titoli - di cui 15.000 in italiano. 




Per noi che siamo cresciuti nel culto dei libri, che consideriamo una epifania il tempo che trascorriamo nelle librerie, dove anche senza acquistare possiamo sfogliare tutti i libri che vogliamo, questa notizia ha il carattere minaccioso di una sottile forma di limitazione della libertà della circolazione delle idee, della stessa libertà di stampa, e di un accentramento di potere culturale pericoloso per la stessa democrazia. Quasi una forma riveduta e corretta del capolavoro di Ray Bradbury Fahrenheit 451, in salsa digitale. Dove anziché proibire e bruciare i libri, se ne controlla a livello globale la distribuzione.

Esagerato? Speriamo di si.

domenica 16 novembre 2014

Joseph Conrad - LORD JIM - Editrice Bietti Milano 1934 - XII - £ 3,50


Ecco un altro cimelio storico della biblioteca di famiglia, un LORD JIM stampato da Bietti nel 1934 - XII anno dell'era fascista, e acquistato usato da un adolescente da sempre irrecuperabile amante di libri  e di letture il 16 settembre 1948 per £ 30.

Di questo classico della letteratura esistono - caso veramente raro ben 13 traduzioni in italiano, di cui una versione a fumetti del 1993, a conferma di un interesse che non è mai venuto meno da quel 1889 quando uscì per la prima volta a puntate  sul Blackwood's Magazine.


Joseph Conrad (1857-1924), polacco naturalizzato britannico, con una grande passione per il mare, che lo portò  giovanissimo ad imbarcarsi su un brigantino francese, ed in seguito, dopo i necessari studi nautici, Ufficiale di coperta e poi Capitano su navi mercantili britanniche.

Le esperienze vissute, anche pericolosamente, viaggiando per oltre sedici anni in estremo oriente e in Africa,  sedimentate e fuse con la tetra visione sul destino dell'uomo, produssero una messe notevolissima di romanzi e racconti, alcuni molto noti come Cuore di tenebra (20 traduzioni in italiano), La linea d'ombra,(12 traduzioni) Il Nero del Narciso (11 traduzioni). 

Alberto Pezzotta sul Corriere afferma che sono oltre cento i film da opere di Joseph Conrad. C' è stato «Apocalypse Now» di Coppola liberamente ispirato da «Cuore di tenebra», ambientato nel Vietnam.  «La linea d' ombra» (1976), di Andrzej Wajda., «Gabrielle» (2005) di Patrice Chéreau, storia di sfascio coniugale di stile prebergmaniano;  «I duellanti», 1977 di Ridley Scott con Harvey Keitel e Keith Carradine.  «Lo straniero che venne dal mare» (1997) di Beeban Kidron; «L' agente segreto» (1996) di Christopher Hampton, con Robin Williams, e «Sabotaggio», 1934, di Hitchcock. 

Parlando dell'uomo Conrad, l'espressioni più ricorrenti per descriverlo sono pessimismo e depressione - anche in forza del fatto che in gioventù tentò il suicidio per una delusione d'amore -  e le sue opere risentono di questo  senso drammatico della vita e della tragedia sempre incombente sui suoi personaggi.

Questo l'incipit di Lord Jim:

Era d'uno o due pollici sotto i sei piedi d'altezza, di struttura poderosa, e veniva incontro dritto, colle spalle un po' inclinate, la testa in avanti e uno sguardo fisso da sotto in su, che vi faceva pensare a un torello che va alla carica. La sua voce era bassa, e i suoi modi avevano una certa fierezza altera, che però non era affatto aggressiva. Sembrava che egli la stimasse necessaria tanto per se quanto per gli altri. Era sempre di una nitidezza perfetta, vestito di bianco immacolato dalla testa ai piedi, e, nei porti orientali dove lavorava come agente marittimo presso i fornitori di bastimenti, era molto popolare.

Più avanti troviamo una descrizione che val la pena di riportare, avendo ben presente che si tratta di una traduzione del 1934:

Una stupenda quiete pervadeva il mondo, e le stelle con la serenità dei loro raggi, sembravano versare una sicurezza perenne. La giovine luna falcata, bassa sull'orizzonte di ponente, sembrava un sottile trucciolo staccato da una verga d'oro. Il Mare Arabico, liscio e refrigerante all'occhio come una lastra di ghiaccio, stendeva la sua superficie perfettamente piana fino al cerchio perfetto del buio orizzonte. L'elica vorticava come parte integrale d'un sicuro universo; e due grosse pieghe d'acqua divergenti da ambo le murate e permanenti e cupe sul terso lucore, contenevano qualche spruzzo di bianca schiuma schizzante con un sommesso sciacquio, qualche ondina, qualche crespa e qualche ondulazione che, didietro, agitavano per un istante la superficie del mare e subito si fondevano colla circostante quiete dell'acqua e del cielo, nel cui centro sembrava per sempre costretta la nera macchia del precedente scafo.
Come in altri personaggi di Conrad, Lord Jim, incarna la figura dell'antieroe in fuga da se stesso e dal mondo, con un forte senso dell'onore e alla ricerca di una espiazione che puntualmente arriverà con la sua morte.

giovedì 13 novembre 2014

John Fante - CHIEDI ALLA POLVERE - La Biblioteca di Repubblica 2003 - € 4,90



Non conoscevo John Fante (1909-1983) fino al giorno che La Biblioteca di Repubblica non ha distribuito insieme al quotidiano il suo romanzo più noto, Chiedi alla polvere (1939), svelandomi un narratore difficilmente classificabile: vissuto a cavallo tra i due più grandi movimenti letterari americani, quelli della sofisticata ed elegante lost generation, e quelli della beat generation,  ad entrambi estraneo per formazione e cultura, ma caparbiamente deciso a diventare scrittore ad ogni costo, facendone la sua ragione di vita, in questo  molto simile al personaggio di Jack London (1876-1916), Martin Eden.

Non è un caso che si debba a Charles Bukowski (1920-1994) la riscoperta di John Fante, avvenuta per affinità non solo letterarie: ambedue  americani di prima generazione:  entrambi con una infanzia difficile, vissuta in povertà e  nell'emarginazione per la loro origine europea,  in un clima di violenza familiare che ne dovette forgiare il carattere ribelle;  due cani sciolti con molte esperienze in comune, Hollywood compresa.


Ecco  come Charles Bukowski si esprime a proposito di Chiedi alla polvere di John Fante, una specie di apologia dello scrittore di Denver:

Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un ‘altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso.

Un giudizio perentorio questo di Bukowski, che lo si può integrare con alcune considerazioni.

Prima di tutto va ricordato che Chiedi alla polvere è un romanzo pubblicato negli USA nel 1939, ossia settantacinque anni fà: per fare un assurdo parallelo, ma anche per sottolinearne l'estrema modernità di linguaggio e di struttura narrativa, si tratta dello stesso anno  in cui qui da noi usciva la seconda parte dell'opera più famosa di Riccardo Bacchelli, Il Mulino del Po: opera importante nella storia della letteratura italiana, ma come bloccata alle modalità narrative del secolo precedente, mentre questa di Fante sembra proiettata verso il fututo. 

In forza di queste considerazioni si potrebbe quindi affermare che la modernità nella narrativa, per molti versi fatta coincidere, secondo alcuni, con l'uscita de Il giovane Holden di Salinger, che è del 1951 o  Sulla strada di Keroac, che è  del 1957, era già iniziata nel 1939 con questo romanzo di John Fante.


                          
Questo l'incipit del romanzo:

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita: dovevo prendere una decisione  nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.

L'alter-ego di John Fante,  protagonista di tutti i suoi romanzi, è questo Arturo Bandini, come lui nato in Colorado, in una famiglia di immigrati italiani molto povera e con un padre ubriacone, da cui si allontana trasferendosi in California,  per tentare l'avventura della scrittura. 

All'interno di questo quadro esistenziale si sviluppa il romanzo, tra delusioni e entusiasmi legati alle difficoltà di vedersi considerato come scrittore e pubblicati i propri lavori, mentre nasce e si complica la tormentata relazione con Camilla, una inquietante ragazza messicana, si innescano momenti di introspezione nei quali il protagonista parla a se stesso, spiegandosi la complessità della realtà che lo circonda e la propria inadeguatezza ad affrontarla. 

Il romanzo ha un ritmo sostenuto, ma anche momenti nei quali il povero Bandini riflette sull'esistenza:

Erano da poco passate le tre di un mattino incomparabile. Il blu e il bianco del cielo e delle stelle erano di una tale purezza, di una dolcezza così toccante che dovetti fermarmi, quasi stupito di tanta bellezza. Le foglie polverose delle palme erano immobili. il silenzio era totale.
La mia parte migliore si destò e tutto quello a cui aspiravo negli oscuri recessi del mio essere affiorò in quel momento alla coscienza. Davanti a m c'era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c'era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell'uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell'umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il desero. 
Un romanzo che possiede tutti i requisiti per entrare di diritto a far parte di quelli che bisogna assolutamente aver letto.

In Italia, nel paese natale di Nicola Fante padre di John, Torricella Peligna provincia di Chieti si svolge un festival della letteratura intitolata al suo nome, qui in basso il link:

http://www.oziomagazine.it/libri/festival-john-fante-2.html

 

sabato 8 novembre 2014

Pierre Loti - RAMUNCHO - Editrice Bietti Milano 1931- IX - £ 3,50


Questo volumetto in brossura di cm. 12x16 è il n. 70 di una collana di narrativa destinata agli adolescenti, denominata "Réclàme" della Editrice Bietti di Milano, presente nella biblioteca di famiglia dal 20.9.1945, come si desume da una annotazione a penna nel risguardo, di pugno del familiare che lo acquistò, presumo a prezzo diverso da quello di copertina, anche perché sulla quarta di copertina, a penna, è segnata la cifra 60. Se si considera che nel 1945 a Roma un caffé costava £ 20; 60 lire può essere il ragionevole prezzo del volumetto, nuovo o usato che fosse.

L'autore di Ramuncho, Pierre Loti, pseudonimo di Louis Marie Julien Viaud (1850-1923), è un personaggio che sembra uscito egli stesso dalle pagine di uno dei suoi numerosi  romanzi: wikipedia riporta 35 titoli, di cui ben 25 tradotti e pubblicati in Italia, alcuni dei quali ristampati recentemente.

Pierre Loti,  nasce in una famiglia con forti tradizioni marinare, che lo porterà a frequentare brillantemente l' École navale di Brest da dove uscirà ufficiale di Marina. Viaggerà moltissimo in oriente e nel corso di uno di questi viaggi, riceverà dalla regina Pomaré di Tahiti  quel nome Loti (dal fiore tropicale: per gli orientali simbolo di purezza e bellezza), che da allora adotterà come pseudonimo.

Durante un viaggio in Turchia, come ufficiale di Marina, incontrerà la bella Aziyadé, giovane odalisca dagli occhi verdi, dell'harem di un alto dignitario turco, con la quale vivrà una grande storia d'amore: con il rientro della nave in Francia, l'ufficiale sarà costretto a lasciare la giovane amante, e quando qualche tempo dopo tornerà in Turchia per ritrovarla, scoprirà che nel frattempo è morta per il dispiacere. Da questa struggente storia d'amore, nasceranno due romanzi di grande successo: Aziyadé del 1879 e, qualche anno dopo, nel 1892, Fantôme d'Orient, entrambi in forma autobiografica, saranno molto apprezzati da Marcel Proust.

Un uomo di grande successo Pierre Loti: nella carriera militare viene promosso Luogotenente di Vascello; nel mondo delle lettere viene eletto tra gli immortali dell'Académie française; nella vita civile riceve l'onorificenza più ambita: La Legion d'onore.


Pierre Loti in un ritratto di Henri Rousseau, detto il Doganiere



Pierre Loti in costume arabo
Pierre Loti in divisa di Accademico di Francia

Pierre Loti Luogotenente di Vascello

Pierre Loti in alta uniforme della Marina Francese
Pierre Loti in atteggiamento "dannunziano"




Questo l'autore: ma del romanzo Ramuncho ? Che si può dire?

Non lo so, ho provato a sfogliarlo, a leggiucchiarlo, ma avendo la mente ancora satura dalla complessità di Horcinus orca, proprio non m'è riuscito di andare oltre le prime pagine, e francamente non mi hanno entusiasmato.

Tanto per far capire: questo è l'incipit:

I chiurli tristi, annunziatori dell'autunno, apparivano a stormi nel cielo grigio e procelloso, fuggendo l'alto mare innanzi alla minaccia delle prossime tempeste. Alla foce dei fiumi meridionali, dell'Adour, della Nivelle, della Bidassoa, che segna il confine con la Spagna, volavano errabondi sopra le acque già frigide, radendo con le ali lo specchio della superficie liquida. E i loro gridi, al cader della notte d'ottobre, parevano sonare l'agonia annuale delle piante esauste.

 All'inizio del libro c'è una nota biografica dell'autore, a cura del suo traduttore, Cesare Cerati, dove salta subito all'occhio il ridicolo vezzo fascista di italianizzare i nomi propri: così il nostro Louis Marie Julien Viaud diventa Luigi Maria Giuliano Viaud...

Nel presentare il romanzo, con la bolsa retorica dell'epoca, scrive Cesare Cerati:

...in "Ramuncho" è descritto il fenomeno religioso, osservato sotto uno dei suoi più interessanti aspetti: la fede ingenua, ricca di poesia e indistruttibile come lo spirito della razza, come l'attaccamento alla terra, come quanto  più è necessario alla vita, perché consuetudine millenaria che non ha mutato non pure di sostanza, ma nemmeno di forma.

Lasciamo quindi i chiurli tristi annunziatori dell'autunno sepolti tra le pagine del volume ingiallito, testimoni di un'epoca di cui non sentiamo affatto la nostalgia.

martedì 28 ottobre 2014

Stefano D'Arrigo - HORCYNUS ORCA - Mondadori 1975 - £ 7.500



Il mondo moderno, questo in cui viviamo oggi, forse non conosce la travagliata genesi della raffinata operazione editoriale, che ha portato alla stampa quest'opera letteraria di ben 1.257 pagine di pura sperimentazione linguistica, spinta verso i limiti estremi della rappresentazione. 

Il caso di questo romanzo,  iniziato da quel 1960 quando sulla rivista Il Menabò escirono due capitoli di La testa del delfino, primo embrione dell'opera, poi divenuto I giorni della fera, che molto piacque a Vittorini e Calvino, e convinse Arnoldo Mondadori ad accaparrarsene i diritti per portare alle stampe quello che fortemente credeva un capolavoro assoluto della letteratura contemporanea. L'attesa del capolavoro tenne col fiato sospeso il mondo letterario, fino al giorno della sua pubblicazione, avvenuta nel 1975, quattro anni dopo la morte di Arnoldo Mondadori, che dopo aver tanto investito nel progetto,non ne vide la realizzazione.

La storia della travagliata vicenda editoriale che accompagna l'uscita di Horcynus Orca,  potrebbe essere la trama di un romanzo avvincente, come anche, a pubblicazione avvenuta dopo quindici anni di maniacale correzione di bozze, e con uno dei più prepotenti lanci pubblicitari mai tentati nel nostro paese in campo editoriale, potebbe destare qualche interesse la schizofrenica storia dell’accoglienza o del rifiuto del romanzo: secondo alcuni capolavoro assoluto, secondo altri pura abberazione dell'esercizio stilistico, con tutta una serie di possibili valutazioni intermedie.

D'Arrigo in un disegno di Bruno Caruso


Stefano D'arrigo (1919-1992) a parte le poesie del Codice siciliano del 1957, è noto per il contrastato successo di questo suo monumentale romanzo: un progetto ambiziosissimo, teso a riunire in un solo libro tutta la tradizione narrativa dell'Occidente, per riscriverla e coglierne l'immutata vitalità simbolica e affabulatoria, sull'orizzonte delle grandi innovazioni della narrativa del nostro secolo: Joyce naturalmente, ma anche i nostri Landolfi e Gadda .

Sarebbe interessante,  attraverso i carteggi tra l'autore e  Mimma Mondadori, ricostruire l'ossessiva e puntigliosa cura con la quale D'Arrigo modifica e corregge il testo;  ma anche la corrispondenza con Niccolò Gallo e Vittorio Sereni che seguivano gli sviluppi del romanzo in progress. Avrebbe dovuto consegnarlo nel 1961 alla Mondadori. « Ce la farò in quindici giorni», disse D'Arrigo all'editore, che sollecitava la riconsegna delle bozze corrette. Ci vollero quindici anni.

Alcuni brani per dare un'idea dell'invenzione linguistica di D'Arrigo:

Da lì in poi, scendendo per il Golfo dell'Aria, quella vista si fece frequente, la fera diventò quasi il solo tipo di spiaggiante si vedesse venire incontro; e questo tipo era, come nessuno di quelli, a due facce: a due e più di due, tante facce e nessuna vera, nessuna invaiolata, ma contempo tante facce, fac'cera e facciola, sfacciata e sfaccettata a mille facce, false, diverse e tutte insieme una e vera veruna, compresa la faccia definitiva che le fa la morte, perché anche da morta la fera mantiene la sua smorfia beccuta, maligna e sfottente, come la mantiene per le miria di facce che fa da viva, allianandosi sempre, alienandosi mai. 

Lettura impegnativa che richiede paziente concentrazione, e che solo l'esercizio rende pienamente godibile.


Lo scirocco non è vento di carattere, vento sempre a una faccia e sempre netto di faccia, non è, tanto per dire, greco o maestro, che persino un muccoso alla fine ci sa leggere. Lo scirocco è vento africanazzo su cui non si può fare il minimo assegnamento, perché il nome è uno e le razze sono tante. Per lo scirocco ci vuole l'indovino per sapere come e dove ti piglia, se ne viene uno o una mandria, se viene per allisciarti bavabava o per graffiarti la faccia e accecarti coi suoi granelli di sabbia, e se si getta in calmerìa o se ti gonfia tutto. Eppoi, quando te ne scandalii, lui ormai s'è piazzato, perché non è vento di vista, è vento cascettone, spalmato di vasellina, che arriva nell'eccetera e solo allora senti la sua presenza... Per questo, ci vuole l'indovino, ci vogliono vecchi che hanno rughe di ottantanni, pieghe strette e profonde come nascondigli nella memoria, per cui riescono a calamitarlo e a spremerne il succo, biondo e nero: perché i vecchi pellisquadre, i mummioni seduti tutto il giorno in faccia al mare, lo scirocco se lo desiderano come il trinciato forte, non possono più fare a meno di quel veleno, che prima li risuscita, li ringiovanisce magari di dieci, ventanni, e poi li lascia più morti che vivi.
In questi link notizie utili e vera critica letteraria di quest'opera di incredibile bellezza.

 http://www.criticaletteraria.org/2012/12/invito-alla-lettura-stefano-darrigo.html

http://www.italialibri.net/autori/darrigos-2.html

http://www.antonioborghesi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=209&Itemid=1

La particolarità di questa edizione è la mancanza di note sui risvolti di copertina, che è prassi riportino, sulla prima, una presentazione dell'opera e, sulla seconda, note biografiche dell'autore: al suo posto un elegante pieghevole grigio, tre facciate, con uno scritto di presentazione, non firmato, ma che nell'intenzione dell'editore avrebbe dovuto scrivere Giuseppe Pontiggia, che funge anche da segnalibro.



mercoledì 22 ottobre 2014

Giuseppe Tomasi di Lampedusa - IL GATTOPARDO - Feltrinelli - LXXIV Edizione 1962 - £ 1.300


Dopo oltre cinquantanni, ho deciso di rileggere Il Gattopardo: prima di tutto  per verificare se  le intense impressioni ricavate da quella lettura  resistevano al tempo trascorso, e poi perché, conoscendo già la storia, e avendola rivissuta nella versione filmica del capolavoro di Visconti, era più facile goderne l'eleganza linguistica.

Com'è noto, Giuseppe Tomasi (1896-1957), Duca di Palma, Principe di Lampedusa, Barone di Montechiaro, Grande di Spagna, autore di questo unico grande romanzo storico, non ebbe il riconoscimento in vita per il suo romanzo: rifiutato da vari editori, clamoroso quello di Vittorini per conto di Einaudi, fu pubblicato postumo, un anno dopo la sua morte avvenuta nel 1957. 

Nel 1959 il romanzo vinceva meritatamente, anche se fortemente osteggiato, il Premio Strega. Ecco come Maria Bellonci nel nel suo libro-rievocazione

http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2011/06/maria-bellonci-come-un-racconto-gli.html

ricorda quell'anno e quel premio:

   (....) il risonante 1959 che vide la rivelazione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa con Il Gattopardo, scoperto da Bassani nel modo che tutti sappiamo. Il libro correva per l'Italia e si favoleggiava sull'autore che era morto senza aver visto pubblicato il suo romanzo e senza aver saputo come le sue invenzioni agissero nella fantasia e nella coscienza dei lettori. Nel maggio 1959 quando si seppe che in sei mesi erano esaurite sessantamila copie, gli scrittori italiani provarono una specie di scossa elettrica. Comunque si giudicasse, il libro avanzava col passo asseverativo del classico; minore o no lo diranno i posteri.
   Fra i nostri 361 votanti c'era tempesta. Qualcuno sosteneva che era impossibile non tener conto della presenza di un'opera simile nella nostra letteratura; rispondevano altri che appunto la sua eccezionalità la metteva fuori concorso. Nulla nel nostro regolamento vietava la sua inclusione nella lista. Moravia sospettò che l'ammissione del Gattopardo sottintendesse una chiara polemica contro la narrativa moderna e mentre gli si rispondeva che quel libro era modernissimo e dunque non sussistevano accuse simili, presentò insieme a Gianfranco Contini Una vita violenta di Pier Paolo Pasolini. (....)
   Passavano i giorni e Il Gattopardo continuava ad attirare lettori e critici, la lista dei concorrenti allo Strega s'infoltiva, e solo il libro del Lampedusa rimaneva fuori. Si parlò persino di intimidazioni; pareva di presentire l'eco del famoso colpo di archibugio secentesco tirato dal Murtola al Marino. Era difficile assistere a quella vicenda bizzarra e con risvolti segretamente feroci mantenendo un riserbo rigoroso e raccogliendo solo i dati di fatto. Ci riuscimmo. E la sera del 7 giugno prima di mezzanotte (scadevano a quell'ora le presentazioni) aprimmo il telegramma col quale la principessa di Lampedusa dava il suo consenso alla partecipazione del Gattopardo al premio. Presentatori erano due scrittori di autorità senza ombra. Geno Pampaloni e Ignazio Silone. I giornali portavano titoli a quattro colonne come se si trattasse di un colpo di stato.
   Passammo un mese corrusco. Il 7 luglio a Villa Giulia eravamo estenuati ma tranquilli come sempre siamo a questo punto, quando al bilancio finale appare chiaro che, qualunque sia l'esito, il premio risponderà alla sua funzione. Per la prima volta quella sera c'era la televisione e milioni di spettatori furono con noi. La votazione fu seguita in silenzio  più teso del solito. La percentuale dei votanti effettivi era stata altissima, il novantaquattro per cento: dei tre libri che rappresentavano le tre correnti principali, il Gattopardo ebbe 135 voti, La Casa della vita 98, Una vita violenta 70. Risultato per niente plebiscitario dunque, e perciò più importante perché il romanzo del Lampedusa non era stato né celebrato né commemorato, ma immesso al centro della letteratura a reggere il contrasto con altre correnti di cultura viva. Pensavo a lui quella sera, a Giuseppe Tomasi, che avevo fuggevolmente conosciuto a San Pellegrino anni prima, senza sapere nulla dei suoi segreti letterari, quando era venuto dalla sua Sicilia insieme con un altro personaggio di favola, il poeta Lucio Piccolo. Partecipò da spettatore silenzioso a un incontro di scrittori di ogni tendenza. Che da quell'incontro egli abbia avuto, come pareva, lo stimolo di mettersi a scrivere il romanzo che maturava in se mi pareva un'azione interiore misteriosa nel suo farsi. Non si sa mai per chi si agisce, mi dicevo, mentre Feltrinelli prendeva il premio dalle mani di Guido Alberti che sorrideva gentilmente. Guardandomi, Goffredo mi disse: « Non ti aspettare... » e s'interruppe per rispondere a qualcuno. Non ho mai saputo che cosa non dovessi aspettarmi.
Giuseppe Tomasi ritratto da Bruno Caruso
Quello che si ricorda soprattutto del Gattopardo, e lo si cita continuamente - anche a sproposito, è la frase che il giovane Tancredi, per giustificare la sua partecipazione armata dalla parte dei garibaldini, atta a garantire la continuità dei privilegi della nobiltà, dice al Principe: « Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». E' un principio che il Principe con ironico pessimismo comprende in pieno e fa suo, trasformandolo in un giudizio negativo sulla Storia. 

C'è poi un brano, un episodio del romanzo che ricordavo con molta precisione, e che ho ritrovato di struggente bellezza, è quando Principe, dopo la recita del Rosario in attesa della cena, scende a riflettere in giardino, dove aleggia - come in tutto il romanzo - fortissimo, un senso di morte :


   Preceduto da un Bendicò eccitatissimo discese la breve scala che conduceva al giardino. Racchiuso come era questo fra tre mura e un lato della villa, la reclusione gli conferiva un aspetto cimiteriale accentuato dai monticcioli paralleli delimitanti i canaletti d'irrigazione e che sembravano tumuli di smilzi giganti. Sull'argilla rossiccia le piante crescevano in fitto disordine: i fiori spuntavano dove Dio voleva e siepi di mortella sembravano poste lì più per impedire che per dirigere i passi. Nel fondo una Flora chiazzata di lichene giallo-nero esibiva i suoi vezzi più che secolari; dai lati due panche sostenevano cuscini trapunti ravvoltolati, anch'essi di marmo grigio; ed in un angolo l'oro di un albero di gaggia intrometteva la propria allegria intempestiva. Da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia.
   Ma il giardino, costretto e macerato tra quelle barriere, esalava profumi untuosi, carnali e lievemente putridi, come i liquami aromatici distillati dalle reliquie di certe sante; i garofanini sovrapponevano il loro odore pepato a quello protocollare delle rose ed a quello oleoso delle magnolie che si appesantivano negli angoli; e sotto sotto si avvertiva anche il profumo della menta misto a quello infantile della gaggia ed a quello confetturiero della mortella; e da oltre il muro l'agrumeto faceva straripare il sentore di alcova delle prime zagare.
   Era un giardino per ciechi: la vista costantemente era offesa: ma l'odorato poteva trarre da esso un piacere forte, benché non delicato. Le rose Paul Neyron, le cui piantine aveva egli stesso acquistato a Parigi, erano degenerate; eccitate prima e rinfrollite poi dai succhi vigorosi e indolenti della terra siciliana, arse dai lugli apocalittici, si erano mutate in una sorta di cavoli color carne, osceni, ma che distillavano un aroma denso quasi turpe, che nessun allevatore francese avrebbe osato sperare. Il principe se ne pose una sotto il naso e gli sembrò di odorare la coscia di una ballerina dell'Opera. Bendicò, cui venne offerta pure, si ritrasse nauseato e si affrettò a cercare sensazioni più salubri fra il concime e certe lucertoluzze morte.

L'altro elemento per me centrale del romanzo è l'amaro spassionato giudizio che Giuseppe Tomasi, attraverso la bocca del Principe, esprime sulla Sicilia e sui siciliani, quando rifiuta l'offerta di un posto in Senato nel nuovo Stato sabaudo:



« Ma allora, Principe, perché non accettate? »
« Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò: noi siciliani siamo stati avvezzi da una lunga, lunghissima egemonia di governi che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si scampava dagli esattori bizantini, dagli emiri berberi, dai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto "adesione", non avevo detto "partecipazione". In questi  sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento. Adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che molto sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di "fare".  Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il la; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemicinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra, Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso ». 

La diffidenza riguardo al nuovo corso della storia che dovrebbe cambiare il destino della Sicilia, che Giuseppe Tomasi fa esprimere al Principe, lo avevano rilevato anche altri due grandissimi scrittori siciliani, Luigi Pirandello e Giovanni Verga, i quali, inizialmente entusiasti per quella che doveva essere una nuova epoca dorata per la Sicilia cui fu promessa l’autonomia, divennero critici e rinnegarono nei fatti l’Unità d’Italia. Vedi il link:

http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2011/02/luigi-pirandello-i-vecchi-e-i-giovani.html

Il lucido pessimismo del Principe di Salina:
Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioé ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonerao di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semidesti; da questo il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando sono defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l'incredibile fenomeno della formazione di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae soltanto perché è morto.

Quel senso di morte che aleggia in tutto il romanzo, nella serena impassibilità del Principe, trova il suo suggello nel conclusivo capitolo settimo (ché l'ottavo capitolo è un appesantimento ininfluente alla storia).

   Don Fabrizio quella sensazione la conosceva da sempre. Erano decenni che sentiva il fluido vitale, la facoltà di esistere, la vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere, andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente, come i granellini si affollano e sfilano ad uno ad uno senza fretta e senza soste dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia. In alcuni momenti di intensa attività, di grande attenzione, questo sentimento di continuo abbandono scompariva per ripresentarsi impassibile alla più breve occasione di silenzio o di introspezione: come un ronzio continuo all'orecchio, come il battito di una pendola s'impongono quando tutto il resto tace; ed allora ci rendono sicuri che essi sono sempre stati vigili, anche quando non li udivamo.

E, dopo il malore che costringe il Principe ad una sosta in albergo, disteso su un letto con  i parenti piangenti intorno:

   Fra il gruppetto ad un tratto si fece largo una giovane signora; snella, con un vestito marrone da viaggio ad ampia tournure, con un cappello di paglia ornato da un velo a pallottoline che non riusciva a nascondere la maliziosa avvenenza del volto. Insinuava una manina guantata di camoscio fra un gomito e l'altro dei piangenti, si scusava, si avvicinava. Era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a prenderlo: strano che così giovane com'era si fosse arresa a lui: l'orario di partenza del treno doveva essere vicino. Giunto faccia a faccia con lui sollevò il velo, e così, pudica, ma pronta ad esser posseduta, gli parve più bella di come mai l'avesse intravista negli spazi stellari.
   Il flagore del mare si placò del tutto.
Il francobollo commemorativo nel cinquantesimo della sua morte




lunedì 20 ottobre 2014

LA Gloriosa Collana BMM - Biblioteca Moderna Mondadori - I II III Edizione

Nel 1948 nasceva la BMM per risolvere quello che Arnoldo Mondadori definiva  « il problema del bel libro a prezzo molto modesto». Suddivisa in quattro sezioni, differenziate dal colore del dorso e con copertina illustrata a colori, la Biblioteca Moderna Mondadori col suo ricco catalogo faceva così  il suo ingresso in Libreria ad un prezzo decisamente popolare di £ 200.

Di questa prima serie, in brossura, usciranno 100 volumi, il primo dei quali fu Colorado di Louis Bromfield (1896-1956), a seguire autori italiani e stranieri, tra questi ultimi vari Simenon, qualche Peter Cheney, molto G.B. Shaw, Colette, Saroyan; tra gli italiani: D'annunzio, molto Pirandello, praticamente tutto il teatro, Panzini, Salvator Gotta, Pascoli, Giacosa, Prezzolini, Tom Antongini (1877-1967), che fu segretario di D'Annunzio, e in questa collana popolare esordiva con il suo grande successo: L'immorale testamento di mio zio Gustavo.


Dopo il grande successo della prima serie di 100 volumi, nel 1950 nasce la Nuova Serie in una perfezionata veste tipografica, non più brossura ma rilegata, con copertina rigida e sobria sopracopertina. Il prezzo è sempre molto contenuto, solo £ 250.

L'obiettivo che la Nuova Serie BMM si pone è ambizioso, mettere il pubblico italiano meno abbiente, e quindi non in grado di acquistare le edizioni complete dei Classici, a contatto con opere di altissimo valore culturale, come lo stesso Arnoldo Mondadori afferma nella lettera inviata a Francesco Flora, qui sotto riprodotta.

La Nuova Serie BMM  accentua ulteriormente il carattere universale della collana che si accingeva a ospitare, nelle parole di Arnoldo, "opere classiche di ogni tempo e di ogni paese, opere contemporanee che s'avvicinino a diventare classiche, opere di divulgazione scientifica, presentazioni di artisti o periodi dell'arte figurativa". L'iniziale impostazione grafica, con solide copertine color avorio, titolo in rilievo e sovraccoperta a due colori, fu rinnovata nel 1956, in occasione della riorganizzazione in dieci diverse sezioni della collana, per restare immutata fino al 1965. 

La classica "minuta" su carta velina, scritta a macchina

In basso le due altre modifiche grafiche apportate alla collana, che ha raggiunto nel corso degli anni un numero ragguardevole di titoli pubblicati, oltre 700, ma per quante ricerche abbia fatto non sono riuscito a conoscerne il numero esatto. L'ultimo titolo in mio possesso è Il mercante di Venezia di Shakespeare che porta il numero 745, stampato nel 1962.
                                                           

























La vera ragione di questo post, se così si può dire, nasce dalla sorpresa di ritrovare dopo tanti anni di oblio, perfettamente conservati in un robusto scatolone, una sessantina di volumi BMM e tra questi 16 volumi del teatro di Pirandello: 7 della prima serie (1949), e 9 della seconda serie (1951).

Anche se nel frattempo quei volumi dimenticati erano stati sostituiti dai due volumi della collana Classici Contemporanei Mondadori Maschere Nude, prefazione di Silvio d'Amico, e nota autografa di Pirandello, il loro ritrovamento è stata una vera epifania.






martedì 30 settembre 2014

Mao Tse-Tung - 37 POESIE - Oscar Mondadori 1972 - £ 700




Presentiamo le 37 poesie di Mao Tse-tung (1893-1976), per la prima volta edite in Italia nel lontano 1972, tradotte e commentate, con un saggio politico-letterario, dal sinologo Joachim Schickel (1924-2002), e ri-tradotte dal tedesco per Mondadori  da Bruna Bianchi.

Se ci limitassimo a leggere le poesie, saltando il saggio introduttivo di Schickel, correremmo il rischio, in ogni caso, di essere condizionati dal giudizio politico che abbiamo dell'ingombrante autore, e continueremmo ad ignorare lo sforzo fatto dalla Rivoluzione cinese, e da Mao Tze-tung personalmente, per rendere la lingua cinese scritta - e quella letteraria - accessibile all'uomo comune, che fino a quel momento ne era escluso.  

Spiega Schickel:


La letteratura classica si serviva di una lingua scritta esclusiva in luogo della lingua corrente parlata dal popolo, impiegava altri vocaboli (ben più numerosi, ben più difficili) e perfino un'altra sintassi (spesso difficilmente decifrabile) rispetto a quelli in uso nella vita quotidiana, e non era neppure suscettibile di trasmissione orale. (.....)
Nel 1942, alla conferenza di Yenan  sulla letteratura e l'arte, coerentemente Mao chiese allo scrittore di obbedire al verso di Lu Hsün: « ...piegando la testa, sono pronto, come un bue, a servire un bambino», cioé la massa del popolo: lo scrittore doveva parlare la lingua degli operai, dei contadini e dei soldati.


C'è un altro aspetto che l'introduzione di Schickel chiarisce, fondamentale per chi della cultura e lingua cinese è completamente digiuno, ed è la rigidità  della forma nella poesia cinese.

Mao ha scelto di scrivere due terzi delle 37 poesie pubblicate su melodie tz'u - una forma nata nel X secolo, - scrive lo Schickel - in origine arie conviviali composte su base di melodie preesistenti e accompagnate da flauto, liuto e cetra. Oggi gli tz'u sono rimasti senza musica ma non hanno perduto la loro musicalità. Se vengono definiti come poesie "di misure lunghe o brevi, cioé di versi composti alternativamente di tre, quattro o cinque caratteri, è proprio questa variabilità, che certamente non ha nulla a che fare col "ritmo libero", a farci cogliere in essi una qualità lirica o addirittura innica. Nel rimanente terzo egli sembra piuttosto voler emulare gli autori di sonetti, in quanto si sottomette alla più rigorosa prosodia del ch'i-lü: i cui otto versi di sette "piedi" ciascuno (che in cinese corrispondono a sette caratteri monosillabici) appartengono al genere dello shih. Come gli tz'u, anche gli shih sono rimati, solo che le loro regole di ritmo e di accentazione sono talmente rigorose da esporli facilmente alle critiche dei pedanti.

Alcuni esempi. 

 XI
Ta-po-ti
1933, estate.
Si tratta di uno tz'u

Rosso, arancione e giallo, verde, azzurro, indaco e violetto:
chi regge il nastro variopinto , per danzare sul cielo?
Dopo la pioggia torna il nuovo sole del tramonto;
passo monti, creste, ad uno ad uno, s'immergono nell'ombra.

Quell'anno - furioso massacro:
le mura del villaggio crivellate di colpi.
Oggi sono ornamento per questo passo, per i monti,
ancor più belli da guardare.

 


XXIX
Tornato a Shao-shan 
1959, giugno 
Si tratta di un ch'i-lü

Fresco ricordo, la fugace corrente è domata:
la mia casa trentadue anni prima.
Rosse bandiere, si affollano le lance dei contadini,
mani nere levano in alto la frusta dei tiranni.
Poiché si immolano, in molti si immolano, la loro volontà si rafforza,
osa comandare a sole e luna: crea nuovi giorni.
Visione felice: mille onde percorrono risaie e campi di leguminose;
intorno alla valle gli eroi scendono nella nebbia della sera.  

 

XXXI
Sul ritratto di una miliziana
1961, febbraio
Scritta nel febbraio 1961. 
Si tratta di un ch'i-chüeh, cioé uno shih secondo le "Sette regole" ma abbreviato.

Ventata di freschezza, valorosa grazia, cinque piedi il fucile;
splendore mattutino, i primi raggi sul campo di marte.
Straordinaria meta delle ragazze cinesi, tante;
non amano vesti rosse, amano la veste militare.

Per Mao scrivere versi è sempre stato naturale, in tutte le epoche della sua vita: i primi versi sono del 1925, gli ultimi hanno la data del 1963; rime e ritmi stanno altrettanto a cuore all'anziano presidente del partito, come al giovane sovversivo, al condottiero della Lunga Marcia, al presidente della Repubblica Popolare. Racconta Robert Payne che «durante le sedute del governo a Yenan era solito scrivere poesie così come altri scarabocchiano pupazzetti, e dopo quelle sedute c'era sempre una caccia ai versi che Mao, noncurante, aveva buttato per terra».

XXXV
Ode alla ciliegia d'inverno
1962, dicembre. Si tratta di uno tz'u su melodia Pu-suan-tzu.

Vento e pioggia mandano via la primavera,
neve turbine accoglie primavera.
Da tempo declivi e precipizi sotto mille piedi di ghiaccio,
eppure ci sono: rami fioriti e bellezza.

Bellezza, che non gareggia con la primavera,
è solo una guardia per annunciare primavera.
Vedrai che montagne nel tempo sfarzoso dei fiori:
lei sorride, stretta nel mezzo. 


Credo che questo vecchio volumetto, che si è nel frattempo completamente squinternato, rappresenti più di una semplice curiosità su un grande personaggio, osannato e vilipeso come pochi nella storia; credo che possa aiutare a comprendere come l'opera di Mao Tze-tung, oltre che nella sfera politico-economica, abbia profondamente modificato i meccanismi mentali della dialettica e della cultura cinese, creando quello stile  in cui confluiscono l'antico pensiero di Lao-Tse e la dialettica marxista.