giovedì 31 dicembre 2009

UN LIBRO SALVATO

A volte i libri seguono un percorso insolito per arrivare fino a noi ed essere letti. Questo volumetto di Francesco Gabrielli, di quelli a cui vanno tagliati i quinterni per separare le pagine, si è fatto trovare vicino un cassonetto, messo li da qualcuno che stava ripulendo una casa e voleva  disfarsene, ma, per una forma di rispetto se non  verso il libro sicuramente verso il vecchio proprietario, non gettarlo tra i rifiuti, quasi sperando  che fosse trovato e salvato dall'oblio e dalla distruzione.  L'ho dunque raccolto e letto con curiosità. Già dal titolo prometteva qualcosa di insolito: L'arabista petulante. Conoscevo di fama Gabrielli come italianista, studioso del Petrarca, avevo da anni grande ammirazione per la casa editrice Ricciardi (una delle più belle e complete storie della letteratura italiana, di grande formato, che negli '60 distribuiva la Mondadori).
All'interno del libro che cominciai a sfogliare con vero interesse, trovai questo ritaglio   dove l'originario proprietario del libro decideva l'acquisto, avendone letto sul Corriere del 23 nov.1972, come annota a penna. E a fianco, a penna rossa, scrive: prenderlo e subito e poi: leggere - rivedere gli appunti  e più sotto: scrivergli - scollature. Poi evidenziati in rosso alcune frasi,  dove Carlo Laurenzi - il giornalista del Corriere - scrive: L'uomo, nella pienezza del suo ardore etico, è deluso da un mondo che non intendiamo più. La sua città natale, Roma, è caotica e affranta, sebbene "qualche inatteso spiraglio, per favori di tempi e luoghi e occasioni, ci permette di riscoprire un lampo superstite di antica bellezza". Ancora, nella colonna a fianco, il nostro misterioso chiosatore, cerchia in rosso "Dolores", che è il nome della missione fondata da fra Ginepro Serra nel 1776, l'anno stesso della dichiarazione d'indipendenza e che Gabrielli visita in San Francisco di California.
Nel capitoletto intitolato Riscoperta di Roma, laddove Gabrielli lamenta di non riconoscere la Roma di trenta o quarant'anni addietro, mentre quella più antica di fine Ottocento dice di contemplarla negli album di Silvio Negri e nei ricordi di Manfredi Porena, quest'ultima frase è cerchiata con la solita penna rossa. Il capitolo chiude così: Roma va riscoperta e riamata, in fuggevoli e spesso imprevedibili avventure. Io vi ho detto qualcuna delle mie; se a voi ne capita qualche altra simile, non mancate di comunicarmela. E il chiosatore con la penna rossa, aggiunge scettico: dice davvero? Ma che! 


Un libro trovato vicino un cassonetto, quante cose ancora può suggerirci!

sabato 26 dicembre 2009

IL COLLEGA ALFREDO versus PASOLINI





Nel 1960 uscì per il Saggiatore questo volume di fotografie del  fotografo olandese Sam Waagenaar, contenente sette storie di P.P.Pasolini, con una bella prefazione di Alberto Moravia.
Sono istantanee e ritratti di donne, alcune famose,  le più popolane, borghesi e operaie, giovani e anziane, colte in momenti e luoghi diversi. Su questo materiale Pasolini costruisce delle storie. Storie di donne, impressioni di incontri con personaggi: la Magnani, Livia de Stefani e  bozzetti di ragazze di borgata, operaie, fruttarole, rappresentate queste ultime sempre come comparse, marginali, subordinate  rispetto ai loro compagni, vitali e animalesche, antiche nella sopportazione e nella durezza. Questa rappresentazione della donna del popolo è parte integrante della sua latente misoginia.


Sfogliando il volume appena arrivato in magazzino, lo sguardo cadde su una foto a pagina 87 e riconoscemmo la moglie del  nostro collega Alfredo, fotografata con delle colleghe sartine in Piazza di Spagna nella pausa pranzo. Dopo un primo momento di sorpresa e di soddisfazione leggemmo il raccontino  che accompagnava la foto: a parte l'ambientazione che per comodità situava  in  periferia, dava delle ragazze riprese una descrizione patetica, usando termini come smandrappate, scalcagnate, borgatare, bruttine, e ancora  messe insieme, senza un po' di delicatezza,  per attirare i maschi....Son li, chi le vuole se le piglia: povere operaie, bruttarelle e segnate dalla fatica, ma, per quella cosa, buone pure loro...

Le raffinate opere edite dal Saggiatore, per quanto Alberto Mondadori fosse uomo di sinistra,  non erano certo destinate alla classe operaie e nessuno poteva ipotizzare che il marito di una di quelle smandrappate descritte da Pasolini lavorasse nel magazzino Mondadori, che aveva appunto la distribuzione del Saggiatore. La denuncia collettiva per diffamazione nei confronti dell'autore e dell'editore partì immediatamente e, per evitare il sequestro del libro, questi pagarono una ingente somma per danni morali e scuse e giustificazioni e ringraziamenti per aver ritirato la denuncia.


martedì 22 dicembre 2009

François Sagan - BONJOUR TRISTESSE - Longanesi 1965 - £ 350





Ho riletto in questi giorni il libro scandalo di  François Sagan, nome d'arte di François Quoirez (1935-2004). Mi sembra di poter confermare la prima impressione che ne ebbi quando lo lessi, oltre trenta anni fa: un racconto molto costruito, accurato nella scelta dei termini, lineare, di facile e veloce lettura. Niente di più. 

Nessuna analogia, né per gli argomenti né per il linguaggio, con la rivoluzione rappresentata da On the road di Kerouac, di tre anni dopo, a parte il gusto per la vita spericolata e una certa predilezione per l'alcol. Non capisco oggi, come non capii allora lo scalpore, lo scandalo, la novità rappresentato dal questo romanzo,  che il Vaticano aiutò generosamente al suo successo iscrivendolo nell'Index librorum prohibitorum. Un fatto di costume, più che un avvenimento letterario, abbondantemente alimentato dai media.

Questa lettura mi ha ricordato in chiave moderna una serie di libri che lessi poco più che adolescente, e che apprezzai enormemente, anche per i temi pruriginosi che trattava: Claudine a scuola, Claudine a Parigi,  Il grano in erba, di una grande donna e scrittrice della fine  del secolo XIX, la mitica Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette (1873-1954), senza averne però l'incredibile leggerezza, ironia e joie de vivre.







domenica 20 dicembre 2009

ATTENTI A QUEI DUE!




CHARLES BUKOWSKY & JOHN FANTE


Devo a La Biblioteca di Repubblica, nella collana Novecento la scoperta di John Fante. La Storia della Letteratura America di Alfred Kazin (Longanesi, 1956) che è alla base della mia conoscenza della leteratura americana, non ne fa menzione. E' successo in tutti i tempi che autori importanti venissero dimenticati e poi riscoperti. Bukowsky invece l'ho scoperto rovistando negli scaffali di poesia in  libreria ed è stato amore a prima vista. Ora apprendo su Wikipedia che Bukowsky, nel 1978, impose al suo editore Sparrow di ripubblicare Chiedi alla polvere di cui scrive una appassionata prefazione, definisce Fante  il narratore più maledetto d'america e anche il miglior scrittore che abbia mai letto. (segue)

domenica 13 dicembre 2009

MONDADORI PER VOI, un aneddoto.

Quando nel 1960 iniziai a lavorare per la Mondadori, di librerie Mondadori per Voi c'era solo quella di via Ulpiano angolo Lungotevere de' Mellini, comunicante con il magazzino. Era diretto da una signora autorevole e di grande carattere; suoi dipendenti una bella ragazza e un ragazzo tuttofare, tale Veniero, indecifrabile personaggio, un po' vittima dei rudi modi della sua direttrice.
Aprirono, in seguito, un altro Mondadori per Voi in via Veneto, nell'ultimo tratto, prima di Porta Pinciana a fianco del Cafè de Paris. Occasionalmente, specie nei periodi di maggior lavoro, mandavano qualcuno del magazzino ad aiutare nelle vendite. Quando la scelta cadde sul nostro collega Vittorio, nessuno dubitava che fosse la scelta giusta: si presentava bene, parlava con proprietà di linguaggio, era un educato figlio di papà: il tipo adatto per una libreria importante, in una zona prestigiosa.

Un giorno nell'elegante Mondadori per Voi di via Veneto entrò una suora e chiese al nostro collega, consiglio per un libro, da regalare ad una giovinetta, il cui contenuto fosse moralmente edificante: Vittorio,  in quel momento solo e quindi senza  potersi avvalere  dell'esperienza di un collega più navigato,  forte della conoscenza del catalogo, senza un attimo di esitazione, le indica di W.Faulkner Santuario nella collana Medusa a £.1.000, o nella collezione il Ponte a £ 2.200, oppure Requiem per una monaca nella collana Medusa a £ 1.500 oppure nella collana il Bosco a £ 1.000.

Non sappiamo se la giovinetta a cui il libro fu regalato apprezzò la scelta, di certo quando il fatto fu ingenuamente raccontato dal nostro collega, divenne occasione di divertenti e salaci battute.

Per chi non avesse letto Santuario, Fernanda Pivano racconta che quando uscì nel 1931 "amici e parenti lessero il libro di nascosto, avvolgendolo in carta pesante" e che l'autore "mostrava di conoscere fin troppo da vicino gli ambienti dei contrabbandieri di alcool, i bordelli e le maitresses.  Lettura quanto mai adatta ad una fanciulla destinata a prendere i voti!

giovedì 26 novembre 2009

BEAT GENERATION & DINTORNI (prima parte)

Sono convinto che, dopo la beat-generation, gli USA non hanno più prodotto alcuna novità letteraria. Moltissimi prolifici autori, grandi professionalità, in grado di sfornare best-seller, campioni di incassi e versioni cinematografiche, ma niente di dirompente, di veramente nuovo, nessuna visione del mondo che non sia la piatta accettazione dell'esistente, nessun esperimento linguistico o narrativo. Tutti prodotti perfetti, ma in qualche modo già noti. Lontani i tempi di


Jack Kerouac, di W.Burroughs e di tutti gli altri esponenti del movimento artistico-letterario detto beat-generation, nato a Los Angeles dopo la fine della seconda Guerra Mondiale. Sembra che per nascere, un movimento letterario importante, abbia bisogno di una scossa devastante come una guerra. Dopo la Prima Guerra Mondiale nacque una generazione di scrittori che oggi ricordiamo come lost generation, secondo la definizione di Gertrude Stein,

(qui in un famoso ritratto di Picasso)

L'importanza di Gertrude Stein nella letteratura del Novecento supera la sua pur ragguardevole produzione dato il ruolo che ella assunse per la letteratura degli espatriati nel cui salotto si incontravano con gli uomini di cultura e artisti europei del momento, Picasso, Matisse, Derain, Pound, Hemingway, Sherwood Anderson, Scott Fitzgerald.
I nuovi scrittori nordamericani di questo periodo si riconoscono nella definizione di "generazione perduta": molti di essi hanno combattuto in europa, riportando profonde impressioni nell'orrore e inutilità della guerra; nello stesso tempo sentono con delusione il materialismo postbellico degli Stati Uniti. Parte di essi vanno in esilio volontario in europa, soprattutto a Paris; da qui possono scrivere con distacco del paese che hanno abbandonato. E' un periodo molto stimolante, l'"età del jazz" e del disincanto, circola uno straordinario senso di euforia e di liberazione. E' una generazione ribelle e alienata all'inizio, impegnata poi (negli anni '20), e che produce una stupefacente serie di opere originali: tutta la letteratura occidentale ne è condizionata. Questi autori descrissero le devastazioni della guerra, le consolazioni e le privazioni dell'esilio, le emancipa zioni e gli eccessi dell'"età del jazz", il lungo malessere degli anni della depressione economica; i sogni e le dissipazioni dei ricchi, i mutamenti delle tradizioni del sud, la povertà spiri tuale dell'uomo d'affari, la miseria dei salariati agricoli, il triste isolamento delle piccole città, le risorse dei vagabondi; grande risonanza hanno gli avvenimenti nuovi e "rivoluzionari" che accadono in europa e nel mondo: grande attenzione ha negli Stati Uniti ma anche in europa un libro come Dieci giorni che sconvolsero il mondo (Ten days that shok the world, 1919) di John Reed, giornalista che aveva vissuto gli avvenimenti accaduti in Russia nel 1917, e che ne dà conto in maniera documentata ma entusiasta, usando una tecnica giornalistica nuova, a collages, alternando documenti (discorsi, articoli, proclami riprodotti fotograficamente con i loro titoli in carattere cirillico) a brillanti descrizioni con commenti personali: quello di Reed è un modo nuovo di fare giornalismo, che avrà influenza anche sugli scrittori.
(segue)











martedì 24 novembre 2009

NERUDA versus LEOPARDI, ovvero i diversi infiniti




L'INFINITO (1819)
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di la da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suo di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.



LA INFINITA (1952)
Ves estas manos? Han medito
la tierra, han separado
los minerales y los cereales,
han hecho la paz y la guerra,
han derribado las distancias
de todos los mares y rios,
y sin embargo
quando te recorren
a ti, pequena,
grano de trigo, alondra,
no alcazan a abarcarte,
se cansan alcanzando
las palomas gemelas
que reposan o vuelan en tu pecho,
recorren la distancias de tu piernas,
se enrollan en la luz de tu cintura.

Para mì eres tesoro màs cargado
de inmensidad que el mar y sus racimos
y eres blanca y azul y extensa como
la tierra en la vendimia.

En ese territorio,
de tus pies a tu frente,
andando, andando, andando,
me pasaré la vida.

Due mondi agli antipodi, due modi di concepire l'uomo, la vita, l'amore, la morte.
Da una parte con Leopardi, la poetica del rifiuto (per usare una felice espressione di Dario Bellezza nella prefazione dei Canti e Prose scelte, edizione Curcio del 1988), rifiuto esercitato nei confronti sia della vita e dei suoi fantasmi, sia verso i cascami pseudo-metafisici del provincialismo culturale romantico dell'Italia letteraria dell'epoca.
Dall'altra, il concetto dell'amore che Neruda esprime è quello di una identificazione totale con il creato, sopratutto con la terra. Ogni forma della natura conduce il poeta all'amata e, al di sopra del mutevole e transitorio, si impone l'ineluttabilità di un destino d'amore. (così nella prefazione Giuseppe Bellini in Neruda Tutte le opere, Nuova Accademia, 1971)



domenica 22 novembre 2009

ARNOLDO MONDADORI, ricordo di un grande uomo


Quando il Grande Capo, il Fondatore della Casa Editrice, il Cavaliere di Gran Croce, l'uomo che si era fatto da solo e di cui si raccontavano i leggendari esordi, veniva in visita al magazzino di lungotevere Prati, accadeva una vera rivoluzione. Si iniziava qualche giorno prima con grandi pulizie, tutti i libri negli scaffali venivano risistemati con un perfetto e innaturale ordine. Poi il grande giorno arrivava e, preceduto da qualche agitatissimo solerte impiegato che controllava un'ultima volta la scena, faceva l'ingresso il drappello di direttori che circondavano il mitico editore.
Noi semplici operai del magazzino dovevamo fingere di essere intenti nel nostro lavoro, ma nel clima agitato dalla tensione trasmessa dai responsabili, Lucio, quello che era addetto all'apertura dei colli, al passaggio dei visitatori, preso come da un innaturale dinamismo, agguanta un pacco, lo posizione sul bancone e con le forbici comincia a tagliare in più punti lo spago che lo legava. Mondadori si ferma e, sotto l'occhio severo ma compiaciuto dello stato maggiore, impartisce una lezione, indicando in quale punto va tagliato per non avere sprechi e riutilizzarlo per successivi impieghi.
Naturalmente questo tipo di taglio per economizzare, era una prassi consolidata nel magazzino e solo il clima che si era creato aveva fatto sì che l'agitato Lucio se ne dimenticasse!
Sono convinto che il buon Mondadori avrebbe dato volentieri una gratifica allo sfortunato dipendente, per il solo piacere di avergli consentito di impartire una lezione, che in qualche modo convalidava un aspetto fondante della mitologia dei suoi esordi.

mercoledì 18 novembre 2009

IL MAGAZZINO MONDADORI (3)


Il sabato nel magazzino Mondadori era quasi una festa, intanto lavoravamo fino alle 12 e prima di andare via, era consuetudine che ad ognuno di noi regalassero un pacco di riviste e giornalini, non cose vecchie, ma quelle in edicola: Epoca, Grazia, Arianna Confidenze, Intimità, ma sopratutto Topolino e gli Album di Topolino.
(segue)

lunedì 2 novembre 2009

IL MAGAZZINO MONDADORI (2)

In quegli anni lontani, in cui i computer erano presenti solo nei racconti di fantascienza, tutto il lavoro commerciale e amministrativo veniva svolto a mano. Il rappresentante portava la copia commissione, il magazzino preparava l'ordine e trascriveva la bolla di consegna, questa andava all'ufficio fatturazione che, sempre a mano, compilava la fattura. Quando, mensilmente, arrivavano le novità editoriali, si aveva l'evento della cedola. Eravamo tutti mobilitati e spesso si faceva notte per evadere tutte le cedole. In pratica si trattava di mandare alle librerie il quantitativo di libri, che i librai in precedenza avevano prenotato. Le collane erano tante: Medusa, Medusa degli Italiani, Bosco, Scie, BMM, Omnibus, Pavone, I Classici, I Classici Moderni, Lo Specchio, e poi quelli del Saggiatore: Uomo e Mito, La Cultura, Le Silerchie. In quegli anni e nell'ambiente editoriale, la tredicesima non era un ulteriore stipendio, che ancora non esisteva, ma un libro in regalo ogni dodici acquistati. Le librerie più importanti acquistavano solo a tredicesime. Le librerie più importanti che ricordo sono Bocca, a piazza di Spagna, Signorelli in via Nazionale, Modernissima in via della Mercede e poi Feltrinelli in via Veneto. Devo controllare, ma temo che non esistano più, almeno in quelle sedi e con quel nome.

giovedì 29 ottobre 2009

1965, NASCONO GLI "OSCAR MONDADORI"


Addio alle armi è il romanzo con cui ha debuttato sul mercato la collana settimanale Oscar Mondadori, scatenando una accesa polemica per la decisione del lungimirante grande vecchio ArnoldoMondadori di destinare questa pubblicazione alle Edicole.

Nell'ordinato mondo del 1965 le competenze erano rigidamente stabilite: alle edicole giornali e riviste, i libri alle librerie, che non erano il supermercato attuale con la merce esposta e nessuno in grado di proporre o suggerire alcunché, ma un luogo dove si era accolti da personale all'altezza del proprio ruolo.

La rivolta dei librai, che paventavano il fallimento dell'intero comparto editoriale, si scontrò con la potente lobby degli edicolanti allora molto forte, ma fu inutile: le leggi del mercato, la decisione degli altri editori di entrare in quel nuovo mercato per raggiungere un pubblico altrimenti estraneo alla libreria tradizionale, decretarono il successo delle collane economiche vendute in edicola. 

Dovranno passare almeno trent'anni prima che un editore di periodici pubblicherà dei libri distribuendoli  come gadget insieme a un quotidiano, assestando un ulteriore legnata alle librerie tradizionali.

Nella seconda di copertina era riportata questa semplice e forse ingenua presentazione:

Gli Oscar, i libri-transistor che fanno biblioteca, presentano settimanalmente i capolavori della letteratura e le storie più avvincenti in edizione integrale supereconomica per il tempo libero. 
Gli Oscar sono i libri 1965 per gli italiani che lavorano: per gli operai, per i tecnici, per gli impiegati, per i funzionari, per i dirigenti, per i professionisti, per gli studenti, per la famiglia, per tutti i membri attivi e informati della società. 
A casa, in tram, in autobus, in filobus, in metropolitana, in automobile, in taxi, in treno, in barca, in motoscafo, in transatlantico, in jet, in fabbrica, in ufficio, al bar, nei viaggi di lavoro, nei week-end, in crociera, gli Oscar saranno sempre nella vostra tasca, sempre a portata di mano. 
Con Gli Oscar, una casa editrice tradizionalmente all'avanguardia ha ideato e creato il libro settimanale di altissimo livello per un pubblico in movimento. 
Gli Oscar sono gli Oscar dei libri: si rinnovano ogni settimana, durano tutta la vita.

Nella terza di copertina l'annuncio del successivo volume: Carlo Cassola La ragazza di Bube.

Sono passati 45 anni da quella felice intuizione e quanto abbia contribuito a cambiare le abitudini dei lettori e  tutto il mercato editoriale, lo vediamo tutti i giorni frequentando una edicola!


martedì 27 ottobre 2009

CRONACA DI SAN GABRIEL di Julio Ramon Ribeyro



Un perfetto libro di formazione questo di Ribeyro: un adolescente orfano, segue lo zio, presso cui abita a Lima, in un viaggio che lo porterà alla scoperta del mondo magico e tormentato, aspro e incantato degli altipiani andini. Nella fattoria, Lucho, il protagonista che scrive in prima persona, scopre di vivere profuso verso l'esterno, stranamente mescolato con la dimensione della terra.
Nella hacienda si vive come in una perenne fiera, chiunque viaggi nella zona viene ospitato e trattenuto quasi a forza, in una gozzoviglia continua, dove il vino fa da anfitrione e la baldoria da cuscino.
L'apparente tranquillità della vita campestre, il mito della natura incorrotta, sono incrinati da una serie di rivelazioni sempre più inquietanti. Il ragazzo si inoltra in una realtà profonda, violenta e complessa, nelle cui pieghe oscure esplodono grandi tensioni passionali.
Il chiuso universo di San Gabriel trova una sua incarnazione nell'enigmatica e sfuggente figura della cugina Leticia, che attrae e respinge il ragazzo in una rete di menzogne, artifici e giochi sanguinosi. Questa permanenza nella hacienda assumerà per questo giovane il sapore di una trasognata, dolorosa iniziazione alla vita.
Se chiudendo l'ultima pagina di un libro, ti invade la tristezza per la perdita di personaggi a cui ti sei affezionato, è segno autentico del valore del romanzo e della forza narrativa dello scrittore.

domenica 25 ottobre 2009

Se ami un libro: abbandonalo.



Seguo con interesse l'iniziativa della coop di Genzano, dove spesso mi reco per le mie necessità alimentari, donominata libri randagi. Si tratta di abbandonare libri a cui tieni in modo particolare, ma in pratica, come è facilmente immaginabile, ci si portano libri vecchi, squinternati e che al proprietario non interessa conservare. Io sono stato fortunato perchè ho trovato nientemeno che Don Segundo Sombra di Ricardo Guiraldes in una bella vecchia edizione Adelphi del 1966, anche se conservata in ambiente un po' umido.


Scritto nel 1926, quando ormai il mondo dei gauchos e le sue storie erano già diventati arcaici, viene definito l'ultimo capolavoro di quel singolare fenomeno letterario argentino, che, nel giro di pochi decenni, produsse una costellazione di opere memorabili, come Facundo di Domingo Sarmiento e il Martin Fierro di Josè Hernandez.

Più che un romanzo di avventure, come spesso è stato definito, questo capolavoro della letteratura gaucesca, è essenzialmente un romanzo di formazione, così come quello che 25 anni dopo, dall'altra parte del continente americano, J.D.Salinger fissava con Il giovane Holden.


giovedì 22 ottobre 2009

AI TEMPI DI ARNOLDO MONDADORI EDITORE (prima parte)

Nel 1960 iniziai a lavorare nel magazzino della Arnoldo Mondadori Editore (AME) sul lungotevere Prati, a Roma. Per uno come me che amava i libri, era molto di più che una semplice occasione di lavoro. Il magazzino era diretto da un sergente di ferro, il signor Fiorito, un tipetto nervoso che faceva rigar dritto il personale alle sue dipendenze; sopra di lui il Ragioniere, un gentiluomo d'altri tempi, di pochissime parole e dall'aria bonaria, ma che guardandoti da sopra i mezzi occhialetti poteva annichilirti con una forbita osservazione. Al vertice di questa piramide di comando c'era Il Direttore, il dottor Antico. Un bel uomo, aitante, simpatico, colto, sempre cordiale con il personale, ma di cui tutti avevano una fottuta fifa.
La truppa era composta da una eterogenea varietà di tipi, c'era Lucio un tipetto mingherlino di mezz'età, preposto essenzialmente alla preparazione dei pacchi da spedire ai clienti fuori Roma o alla sede. Alfredo, un napoletano ex carabiniere che fungeva da autista per le consegne in città. Giuseppe (detto Peppe) un tipo tosto, scanzonato, con la battuta pronta e una simpatia debordante, secondo autista per le consegne. Poi c'era Savino, come definirlo, un tipo non semplice, forse complesso, anche nel linguaggio, con ragionamenti spesso paradossali, con una forte carica di ironia, una buona cultura e una esperienza di emigrato in Brasile che gli aveva lasciato indelebili ricordi di una giovane donna e qualche rimpianto. Poi arrivò un signorino, Vittorio, fresco di studi e di buona famiglia, addirittura con auto propria, una affascinante Dauphine. Dopo poche angherie subite, che riservavamo ai nuovi arrivati, si integrò perfettamente con il gruppo storico e divenne anche lui un amicone.
Nel magazzino si viveva come in una caserma, con la regola del rispetto del subalterno verso il superiore e del novellino verso l'anziano, ma forse era una caratteristica generale di quegli anni: rispetto, educazione, senso del dovere, lealtà verso l'azienda e i colleghi.
Il magazzino riceveva, giornalmente, dalla sede di Verona, rifornimenti di libri e tutte le novità, in pacchi perfettamente imballati, parallelepipedi di circa 20/25 kg, che sballavamo e sistemavamo negli scaffali secondo la collana cui appartenevano: uno saliva sulla scala e l'altro, di solito più esperto, gli tirava i libri, in pacchi o sciolti, con grande precisione. (segue)

martedì 6 ottobre 2009

LETTERATURA AMERICANA & USIS

Le mie letture da ragazzo sono state quelle tipiche del mio tempo: Cuore, Pinocchio, Fratelli Grimm, e poi man mano che si cresceva: I Ragazzi della via Pal, I tre Moschettieri, Libro della Jungla e molto Salgari, un po' di Verne. Potevo fortunatamente contate, in casa, su una notevole biblioteca, che si aggiornava continuamente, con testi di narrativa, saggistica, teatro, cinema e musica. Con il passare degli anni scoprii gli scrittori americani e, con l'entusiasmo disordinato dell'adolesceza, mi immersi in quel mondo nuovo, affascinato dalla rivelazione di un linguaggio originale, dove la narrazione aveva tempi travolgenti. Conobbi così J.Steinbeck di La Perla, di Al Dio Sconosciuto, ma sopratutto di La Valle dell'Eden, un'epopea che abbraccia tre generazioni. E poi il linguaggio denso di W.Faulkner di Il Borgo nella traduzione di Cesare Pavese. Poi scoprii John Dos Passos della trilogia Usa: 42° parallelo, 1919 e Un mucchio di quattrini. Questi ultimi e molti altri li prendevo in prestito alla biblioteca Usis di via Torpignattara. Bastava iscriversi e ti portavi a casa, per un certo periodo, il libro che ti interessava. Il catalogo era vasto, praticamente tutta la letteratura americana classica e contemporanea. Forse l'Usis (United States Information Service) era davvero un ufficio distaccato della Cia, come si diceva malignamente negli ambienti di sinistra, però ha svolto un'opera meritoria nella diffusione della letteratura e della cultura americana in Italia.

giovedì 1 ottobre 2009

LA NOSTALGIA DEL PASSATO

Di solito trovo molesto chi denigra il presente, ripetendo "ai miei tempi", intendendo che fossero migliori, con l'occhio sempre rivolto a un passato, idealizzato dalla nostalgia della propria giovinezza. La critica abitualmente abbraccia un po' tutto: dalla qualità della vita, ai rapporti interpersonali, dall'educazione alla famiglia, alla scuola, alla politica, fino all'arte e l'intrattenimento.

Un insieme di "non ci sono più le mezze stagioni" e "si stava meglio quando si stava peggio". Mia nonna mi raccontava che, ai suoi tempi, una signora non ardiva uscire senza guanti o cappello, a meno che non fosse una popolana.

Sicuramente quei tempi erano più ordinati che non oggi, si dava del Voi ai genitori, ci si alzava quando il professore entrava in classe, si cedeva il posto in tram alle donne e alle persone anziane, gli anziani in quella società, pressoché immutata per secoli, avevano la funzione di trasmettere la conoscenza, l'Autorità era appunto con la A maiuscola e non si metteva in discussione. 
Ma erano anche tempi di profonda ingiustizia sociale, di disuguaglianze straordinarie, di miseria assoluta, di governi dispotici che reprimevano a sciabolate, quando non a cannonate, le proteste di chi chiedeva pane.

Di come la letteratura, diciamo la narrativa, può alterare la realtà vi è un esempio in una delle scene toccanti del libro Cuore:  il venditore di legname Coretti e suo figlio, compagno di scuola del protagonista Enrico, vanno a vedere il Re Umberto. Coretti, che ha combattuto con Umberto I°, riesce fortunosamente a stringere la mano al Re:

- Qua, piccino, che ho ancora calda la mano! - e gli passò la mano intorno al viso, dicendo: - Questa è una carezza del re. E rimase lì come trasognato, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana, sorridendo, con la pipa tra le mani, in mezzo a un gruppo di curiosi che lo guardavano. - È uno del quadrato del '49, - dicevano. - È un soldato che conosce il re. - È il re che l'ha riconosciuto. - È lui che gli ha teso la mano. - Ha dato una supplica al re, - disse uno più forte. - No, - rispose Coretti, voltandosi bruscamente; - non gli ho dato nessuna supplica, io. Un'altra cosa gli darei, se me la domandasse... Tutti lo guardarono. Ed egli disse semplicemente: - Il mio sangue.
Quello stesso Re Umberto I°, definito e cosciuto come il Re Buono, di cui conserviamo sull'Altare della Patria un'enorme statua a cavallo, non esitò ad ordinare nel maggio del '98 al generale Bava Beccaris di soffocare nel sangue (80 morti, 450 feriti, migliaia di arresti) una forte protesta popolare per chiedere pane. Il Re Buono per questo massacro premiò il generale Bava Beccaris!
 
Per chi volesse saperne di più, utilizzi questo link.



http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/bavabeccaris.htm

mercoledì 30 settembre 2009

PERCHE' QUESTO BLOG?
























Appartengo all'ultima generazione cresciuta senza TV. 

Quando la televisione è entrata nell'uso comune, ero già adulto. La mia formazione è frutto di racconti e di letture. 

Mia nonna Elvira, mentre mi insegnava a leggere, molto prima dell'età scolare, soleva leggermi indimenticabili e bellissimi racconti per ragazzi: Pinocchio di Collodi, il Cuore di De Amicis, I Tre Moschettieri di Dumas. 

Ben presto mi accorsi che in casa entravano più libri e riviste che cibo, cibo per la mente come dice una indovinata campagna pubblicitaria. 

Le mie letture da ragazzo erano: La Scacchiera Davanti allo Specchio di Bontempelli, ma anche Incompreso, Il Piccolo Lord, l'emozionante Libro della Jungla di Kipling. E chi la dimentica Rikki-tikki-tavi, la coraggiosa mangusta che lotta contro il serpente e vince!

Perchè questo Blog? ma essenzialmente per ricordare a me stesso l'emozione di molte letture, per ripercorrere un itinerario che è parte fondamentale della mia vita. Per ricordare autori ingenerosamente dimenticati e libri a volte introvabili, se non in qualche bancarella dell'usato. Con la segreta speranza che questi pensieri incontrino un qualche interesse fra appassionati di letture.