mercoledì 28 giugno 2017

Roberto Bolaño - LOS DETECTIVER SELVAJES - Editorial Anagramma - IV edicion mexicana 2013


Se non fosse riduttivo accostare opere letterarie tanto importanti quanto così distanti tra  loro, si potrebbe postulare come Los detectives selvajes, per la struttura circolare, articolata in tre tempi, per il contenuto, i  personaggi ricorrenti e lo sfuggente protagonista, alter-ego dell'autore, possa in qualche modo ricordare la recherche proustiana, oppure quel progetto mai realizzato, che avrebbe dovuto riunire tutti i romanzi di Kerouac in un'unica complessiva opera.

Questo romanzo di  Bolaño è strutturato in tre parti:
  1. Mexicanos perdidos en Mexico (1975)
  2. Los detectives selvaje (1976-1996)
  3. Los desiertos de Somora (1976)
Per la prima parte l'autore ha scelto come forma narrativa quella del diario, che ci consente di seguire in presa diretta Juan Garcia Madero, giovane studente di diritto, ma in cuor suo poeta, per le strade del Distrito Federal, su e giù per la Calle Bucareli,  lo seguiamo nelle cafeterías dove si incontrano i poeti dell'avanguardia real visceralista in scontro aperto con l'establishment culturale messicano ben rappresentato da Octavio Paz, ma soprattutto assistiamo alla sua movimentata educazione sentimentale. 

La seconda parte è costituita da testimonianze rese da personaggi che, nell'arco di vent'anni, hanno incontrato Arturo Belano e/o Ulisse Lima in qualche parte del mondo.
In queste testimonianze senza interlocutore, colte all'impronta e a totale beneficio del lettore, si concentra forse la parte più interessante del romanzo per la ricchezza e straordinarietà dei personaggi, alcuni già presenti nella storia, altri sconosciuti, ma una in particolare, Auxilio Lacouture, la madre di tutti i poeti messicani,  protagonista di un altro noto romanzo di Bolaño, Amuleto, che assurge  a simbolo della resistenza dell'università UNAM contro la violenza di esercito e polizia nel 1968.

Auxilio Lacouture, Facultad de Filosofia y Letras, UNAM. México DF, diciembre de 1976.
Yo soy la madre de la poesia mexicana. Yo conozco a todos los poetas y todos los poetas me conocen a mì. Yo conocì a Arturo Belano cuando él tenìa dieciséis años y era un niño timido y non sabìa beber. Yo soy uraguaya, de Montevideo, però un dìa llegué a México sin saber muy bien por qué, ni a qué, ni còmo, ni cuàndo. Yo llegué a México Distrito Federal en el año 1967 o tal vez en el  año 1965 o 1962. Yo ya no me acuerdo ni de la fechas ni de los pelegrinajes, lo unico que sé es que llegué a México y ya no me volvì a marchar.
Altro grande protagonista con le sue argure facezie è lo scrivano Amadeo Salvatierra, poeta e testimone del periodo dell'avanguardia realvisceralista, amico di Cesarea Tinajero.  

Y  entonces uno de ellos abrió la botella (de tequila) y escanció el néctar de lo dioses en los respectivos vasos, los mismos en donde antes habìamos bebido mezcal, lo que según algunos es señal de dejaciôn y según otros una exsquisitez de los mil demonios pues al estar el cristal, digamos, lacado  con el mezcal, el tequila se encuentra más a gusto, como si a una mujer desnuda la vistiéramos con un abrigo de piel.

La terza parte riprende il diario di Garcia Madero, in fuga nel sud del Messico con Belano e Lima per proteggere la giovane prostituta Lupe dal suo violento protettore, e sulle tracce della poetessa degli anni venti Cesarea Tinajero.

Di quest'opera è stato scritto (El Pays) che si tratta di un romanzo che Borges avrebbe accettato di scrivere, è un giudizio condivisibile, considerato con quanto piacere il poeta argentino creasse  scittori e opere  di finzione, alle quali era difficile non affezionarsi per lo spessore umano che li caratterizzava. Lo stesso avviene per Cesarea Tinajero, poeta di finzione, ma non per questo meno viva e concreta.

 https://garciamadero.blogspot.it/2017/05/por-que-buscar-cesarea-tinajero-en-los.html

Divertenti i dialoghi, che spesso svelano con molta ironia i non sempre armoniosi rapporti tra uomo e donna, anche tra intellettuali:

- Hay muchas poetisas?
- Decirles poetisas queda un poco gacho - dijo Pancho.
- Se les dice poetas - dijo Barrios.
- Pero hay muchas?
- Como nunca antes en la historia de Mexico - dijo Pancho - Levantas una piedra y encuentras a una chava escriviendo de sus cositas.


Provocatorio al limite dell'insolenza la classificazione dei poeti fatta da un  membro del gruppo realvisceralista,  Ernesto San Epifanio: 

Dentro del inmenso océano dela poesia distinguía varias corrientes: maricones, maricas, mariquitas, locas, bujarrones, mariposas, ninfo y filenos. Las dos corrientes mayores, sin embargo, eran la de los maricones y los de los maricas: Walt Whitman, por ejemplo, era un poeta maricón. Pablo Neruda, un poeta marica. William Blake era maricón, sin asomo de duda, y Octavio Paz marica. Borges era fileno, es decir de improviso podia ser maricón y de improviso simplemente asexual. Rubén Dario era una loca, de echo la reina y el paradigma de las locas.
Dopo una lunga diasamina delle caratteristiche dei maggiori poeti latino americani, uno sguardo non superficiale ai maggiori poeti italiani:


En Españ en Francia y en Italia los poetas maricas han sido legión, decia, el contrario de que podria pensar un lectos no excesivamente atento, Los que sucedia era que un poeta maricón como Leopardi, por ejempio, recontruye de alguna manera a los maricas como Ungaretti, Montale y Quasimodo, el trio de la muerte. De igual modo Pasolini repinta a la mariqueria italiana actual, vease el caso de el pobre Sanguinetti (con Pavese non me meto, era una loca triste, ejemplar unico de su especie, o con Dino Campana, que come en mesa aparte, las mesas de las locas terminales).

Che dire, un libro geniale, avvincente, di quelli che i personaggi un po' ti rimangono dentro, e lasciano un vuoto quando  arrivi alla conclusione e chiudi il volume.  Per questo ho iniziato a leggerlo di nuovo, questa volta con più scioltezza e con meno ricorso al dizionario. 
Grazie ancora, Elisabet, perquesto bellissimo regalo.


venerdì 6 gennaio 2017

Raffaello Giovagnoli - SPARTACO - Parente Editore Firenze - 1955


Raffaello Giovagnoli (1838-1915), scrittore, giornalista, patriota, garibaldino,  politico, parlamentare nel Regno d'Italia per cinque legislature. Di questo eclettico personaggio ho sentito parlare spesso in famiglia perché parente di mia nonna materna, anche lei una Giovagnoli, il cui padre (il mio bisnonno) doveva essere cugino primo; peccato che all'epoca, quando ne sentivo parlare in casa, il mio interesse di bambino era attratto da altro. 

Di questo romanzo storico, scritto al Caffè del Teatro Valle, e uscito a puntate nel 1873 sul quotidiano Fanfulla, così come I tre Moschettieri di Dumas una trentina di anni prima sul giornale Le siécle, tornai a pensare nel 1960, quando, in occasione dell'uscita in Italia del film Spartacus di Stanley Kubrick, Mondadori - dove lavoravo - ristampò il romanzo di Haward Fast (1914-2003) da cui era stato tratto il film.

Non fu certo per affermare un'anacronistica prima genitura che, in quegli anni, cercai presso la Biblioteca Nazionale di Roma, la vecchia sede di quasi sessanta anni fà, questo Spartaco di Giovagnoli, ma inutilmente perché non esisteva nel catalogo. La cosa era abbastanza curiosa per un romanzo che aveva avuto un grande successo, specialmente dopo il pubblico apprezzamento fattone da Giuseppe Garibaldi con una lettera di encomio all'autore; inoltre il romanzo era stato tradotto in tutto il mondo e se ne erano occupati a suo tempo Croce (La letteratura della Nuova Italia, vol.V) per liquidarlo con sufficienza, e Gramsci (Quaderni del Carcere, VIII) che ne aveva apprezzato invece il carattere popolare, e ne auspicava un adattamento moderno.

Raffaello Giovagnoli fu uomo di larghi interessi letterari e storici, e a lui si deve anche una delle prima Storie del Risorgimento Italiano. Considerata nel suo complesso, la figura del Giovagnoli meritava di essere rinfrescata nella memoria di noi posteri, e si può dire di lui, che fu storico per essere romanziere e volle essere romanziere per ragioni didattiche (Massimo Pinto)

Le ragioni didattiche di Giovagnoli, si evidenziano sia nella puntigliosa descrizione degli usi e costumi della popolazione romana nella vita di tutti i giorni e nelle cerimonie civili e religiose, sia per la traduzione in latino di tutti gli oggetti che si incontrano nel racconto: armi, suppellettili, indumenti di uso comune, e poi per la descrizione dettagliata delle strade, vicoli e rioni sia di Roma che delle città interessate dal racconto, negli anni tra il 675 e 683 del calendario di Roma.




Un aspetto particolarmente rilevante dello Spartaco di Giovagnoli, è la grande fortuna che il libro ebbe all'estero e il gran numero di traduzioni che ne furono fatte già alla fine del XIX secolo e poi per tutto il XX secolo, fino ai nostri anni. Forse già nel 1880 il romanzo fu adattato in russo, in castigliano nel 1884 e nel 1930,  in francese 1902, in tedesco 1939 e in varie lingue dell'Unione Sovietica: ucraino, kazako, uzbeco, kirghiso; e in molte lingue dei paesi vicini al mondo sovietico: rumeno, ungherese, serbo-croato, bulgaro e mongolo. Una traduzione in finlandese fu anche stampata a Portland in Oregon, dai socialisti finlandesi d'America. Particolarmente significativa è stata poi la fortuna del romanzo in Cina fino ad anni molto recenti. Almeno tre le traduzioni in yiddish 1900, 1903 e 1913. Non sembra invece che il romanzo sia mai stato tradotto in inglese.

Queste notizie sono prese dagli atti di un seminario di studi svoltosi a S.Maria Capua Vetere nell'ottobre del 2013 sul tema L'Unità d'Italia e la cultura classica. Sotto il link relativo:

http://www.academia.edu/9836520/Spartaco_al_tempo_dellUnit%C3%A0_dItalia._Sul_romanzo_di_Raffaello_Giovagnoli

Anche se alcuni storici ritengono una forzatura identificare Spartaco come precursore del combattente proletario-antimperialista, nel mondo socialista e comunista questa figura è sempre stata vista in questo modo, a cominciare da Karl Marx che, in una lettera del 1861 a Engels, definisce Spartaco uno dei migliori protagonisti dell'intera storia antica e un genuino rappresentante dell'antico proletariato. Non ebbero miglior fortuna del nostro eroe, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht che, nel 1919, istituirono la «Lega di Spartaco» e furono denominati per questo motivo «spartachisti», ma quando si sollevarono contro il governo di Berlino, vennero  ferocemente repressi e assassinati.

Leggendo la biografia di Howard Fast (1914-2003) autore del romanzo Spartacus da cui Stanley Kubrick ha tratto il famoso film che Kirk Douglas, produttore e protagonista, aveva fortemente voluto, viene spontaneo chiedersi, dove l'autore abbia trovato lo spunto per scrivere un romanzo su questo personaggio: figlio di genitori ebrei, madre inglese e padre uscraino, digiuno di studi classici,  iniziò a lavorare, secondo la migliore tradizione americana, vendendo giornali presso la Biblioteca di New York. Difficile che avesse letto Plutarco, o Appiano, o Sallustio, forse più semplicemente fu ispirato dalla lettura dello Spartaco di Giovagnoli, testo, come abbiamo già visto, famoso in tutto il mondo, ma soprattutto nell'ambiente della sinistra comunista, e qui va ricordato come Howard Fast, vittima del maccartismo per la sua adesione al comunismo, nel 1953 vinse il Premio Stalin per la Pace. Sono ipotesi, ovviamente, nient'altro che ipotesi che nulla aggiungono e nulla tolgono ai due romanzi, che, è bene ripeterlo, sono assai diversi tra loro, non solo per lo stile, ma per la storia che raccontano, simile ma non uguale.

Edizione russa di Spartaco
Film muto del 1913 di Giovanni Enrico Vidali, tratto dal romanzo di Giovagnoli
 Qui sotto alcune scene del film:
 https://www.youtube.com/watch?v=IUOMr15z0VU


Ma veniamo al romanzo. Fin dalle prime pagine ci si trova immersi nel mondo romano, se ne percepiscono gli odori, si ascolta frastornati il clamore di una città che ribolle di vitalità incontrollata: che a me ha ricordato un po' l'atmosfera de I Tre Moschettieri di Dumas, non solo per l'incip che è similmente una scena di massa, che risucchia il lettore dentro il romanzo con la forza delle immagini vivaci, ma per i particolari che si alternano, come in una sapiente sceneggiatura, allo sguardo d'insieme. Voglio dire, qui la storia non è solo raccontata ma, come tutti i romanzi popolari, tende a coinvolgere il lettore nelle emozioni dei personaggi.  Questo l'incipit di Spartaco:

 Al levar del sole del quarto giorno avanti le idi di novembre (10 novembre 675 dell'èra romana), essendo consoli Publio Servilio Vatia Isaurico e Appio Claudio Pulcro, Roma formicolava di popolo che, proveniente da tutte le regioni della città, si dirigeva al Circo Massimo.
 Dalle straduzze strette, tortuose, popolatissime dell'Esquilino e della Suburra, più specialmente abitate dal popolino, una folla sempre crescente di persone d'ogni età e d'ogni condizione affluiva e si dilagava nelle vie principali, di Tabernola, dei Figuli, Nuova, ecc., camminando sempre in direzione del Circo.
 Cittadini, operai, capo-censiti, liberti, vecchi gladiatori storpi e coperti di cicatrici, poveri e monchi veterani delle superbe legioni vincitrici dell'Asia, dell'Africa e dei Cimbri, femminucce del volgo, mimi, istrioni, danzatrici e stormi di vispi e saltellanti fanciulli formavano quella folla sterminata.  Essa, con la fronte serena, con sguardo giulivo, con la parola e col frizzo facile e pronto sulle labbra, affrettandosi verso il Circo, dava a divedere indubbiamente come s'andasse a qualche pubblico e piacevole spettacolo.
 Tutte queste turbe spigliate, ciarliere, numerose, empivano le strade della grande città di quel confuso, indistinto e gagliardo ronzìo, di cui appena mille e mille alveari riuniti nelle sue vie avrebbero potuto produrre l'eguale.
Per gioco, leggiamo anche l'incipit de I Tre Moschettieri:

Il primo lunedì di aprile del 1625 la cittadina di Meung, dove nacque l'autore del Roman de la Rose, sembrava completamente sconvolta, come se gli ugonotti fossero venuti a farne una seconda Rochelle. Molti borghesi, vedendo fuggire le donne dalla parte della Grande-Rue e sentendo piangere i bambini sulle porte, si affrettarono a indossare la corrazza e, rafforzando il loro contegno un po' incerto con un moschetto o una partigiana, si diressero verso la locanda del Franc Meunieur, davanti alla quale si accalcava, ingrossandosi di minuto in minuto, una folla compatta, rumorosa e curiosa.
A quell'epoca il panico era assai frequente, e poche giornate passavano senza che una città o l'altra registrasse nei suoi archivi un avvenimento del genere. C'erano i nobili che si facevano la guerra tra loro; il re che faceva la guerra al cardinale, la Spagna che faceva la guerra al re. Poi, oltre a queste guerre nascoste o pubbliche, manifeste o segrete, c'erano i ladri, i mendicanti, gli ugonotti, i lupi, e i lacché che facevano la guerra a tutti. I borghesi si armavano sempre contro i ladri, i lupi, i lacché, spesso contro i signori e gli ugonotti, qualche volta contro il re, mai contro il cardinale e gli Spagnoli. Il risultato di queste abitudini è che il suddetto lunedì i borghesi, sentendo del frastuono e non vedendo né il guidone rosso e giallo, né la livrea del duca di Richelieu, si precipitarono alla locanda del Franc Meunieur.



Come ha scritto qualcuno il romanzo è e resta ancora il modo migliore di raccontare il mondo di oggi, quello di ieri e quello di domani. Ma non si era a lungo discusso sulla morte del romanzo? Ma se questo fosse vero, significherebbe che non sia più possibile raccontare il mondo?  

Non staremo certo qui a riproporre l'eterno dilemma se il romanzo sia morto davvero, e perché e quando e chi ne siano i responsabili. Certo il romanzo popolare era in perfetta salute, con il suo schema costante e ben collaudato: l'eterna contraddizione tra bene e male; l'amore travolgente, totale; i sentimenti sempre estremi; la crudeltà, il tradimento e l'odio sempre viscerali, così come l'abbandono e l'amore totale; e l'amicizia sacra, fino al sacrificio.

Spartaco rappresenta tutto questo, è la summa, il compendio di tutti gli stereotipi del romanzo popolare e del romanzo d'avventura, con un protagonista la cui vicenda umana, a distanza di oltre venti secoli ancora riesce a rappresentare  l'eroe (ἣρως), cioé colui che compie straordinari e generosi atti di coraggio, fino al consapevole sacrificio di sé stesso. Come poteva non essere d'esempio per i rivoluzionari di tutto il mondo?

Così si esprime Spartaco, quando Cesare gli chiede:

- ...Spartaco, che con ammirabile costanza, con sapienza di gran capitano, hai raccolto gli schiavi in esercito, li hai ordinati a legioni, e ti appresti a guidarli alla riscossa, dimmi che volgi tu nella mente, Spartaco, che speri?
- Spero - rispose il rudiario, con occhi scintillanti e con slancio di irrefrenabile passione - di sfasciare questo corrotto mondo romano, e dalle sue ruine veder sorgere l'indipendenza dei popoli: spero di abbattere le leggi infami che vogliono l'uomo prono innanzi all'uomo ed impongono che tra due creature umane, dotate della stessa forza e della medesima intelligenza, l'uno sudi su zolle non sue per dar cibo all'altra che poltrisce in ozio infingardo: spero di soffocare nel sangue degli oppressori i gemiti degli oppressi: di infrangere i ceppi degli infelici, asserviti al carro delle romane vittorie, spero di cangiare quei ceppi in brandi, onde a ciascun popolo sia dato ricacciarvi entro i confini d'Italia, che segnano la terra a voi concessa dagli Dei, e i limiti della quale non avreste dovuto giammai varcare: spero di poter incendiare tutti gli anfiteatri dove un popolo di belve, che chiama barbari noi, s'inebria alle stragi e alle carneficine di poveri uomini nati all'intelligenza, alla felicità, all'amore anch'essi, e destinati, invece, a scannarsi, per sollazzo dei tiranni del mondo, spero, per tutte le folgori del potentissimo Giove, di vedere abolito sulla terra l'obbrobrio della schiavitù all'apparire dello splendido sole della libertà.
E' difficile, contro ogni razionalità, non essere con Spartaco.




 Un amico mi ha informato di possedere una copia della quarta edizione del 1882 con illustrazioni di Senesi, questa copia del 1955 e illustrata con 32 incisioni di Santino Gallieni di qui sotto ne riproduco alcune:










 

giovedì 29 dicembre 2016

Camilo Sánchez - LA VEDOVA VAN GOGH - Marcos y Marcos 2016 - € 16,00





L'autore, Camilo Sánchez (1958), argentino giornalista e poeta, come racconta una sua biografia a cura della casa editrice Marcos y Marcos: Guardando un documentario della BBC, è rimasto colpito da un’immagine di Johanna van Gogh-Bonger, citata fuggevolmente come depositaria dei quadri e delle lettere; durante una lunga permanenza a New York, esplorando musei e biblioteche, ha scoperto il suo ruolo fondamentale, mai raccontato, nel difendere dall’oblio l’opera di Van Gogh. Era la storia che Sánchez aspettava per il suo primo romanzo, La vedova Van Gogh: un omaggio al pittore straordinario morto solo, suicida, e alla donna che ha lottato per renderlo, come artista, immortale.


Non sorprende che Sánchez fosse rimasto colpito dall'immagine di Johanna van Gogh-Bonger (1862-1925): qui nella foto ha solo 27 anni, forse appena sposata con Theo van Gogh, deve ancora accadere tutto, ma si capisce già dal suo sguardo deciso che possiede gli strumenti adatti per affrontare le complessità  che la vita ha in serbo per lei.





Nel ritratto del 1905, eseguito dal secondo marito, il pittore olandese Johan Cohen Gosschalk (1873–1912), Johanna ha 43 anni, è nel pieno della maturità e sembra possedere la consapevolezza di aver portato a termine la missione di far conoscere al mondo la grandezza di Vincent van Gogh.   




Ed ora il libro. Diciamo subito che è scritto con quella particolare leggerezza che caratterizza un po' tutta la giovane letteratura sud americana, utilizzando sapientemente tre linee narrative: il racconto obiettivo dei fatti, il diario di Johanna van Gogh-Bonger e le lettere di Vincent al fratello Theo; scelta felice che non solo conferisce fluidità al romanzo, ma ne accentua il ritmo. Questo l'incipit:
 Un'ombra pesante su ogni gradino della scala è stato l'annuncio: Theo van Gogh entra con il fantasma della morte attaccato alle scarpe.
 Johanna lo guarda. In tre giorni è invecchiato di dieci anni.
Quasi non fa caso alla moglie e a malapena saluta il bambino. Con una cautela estrema, sistema sotto il letto gli ultimi lavori del fratello, una serie di rotoli con tele dipinte di fresco. Quindi, nel bauletto di rovere delle lettere, ne deposita un'ultima, quella che Vincent van Gogh aveva addosso quando si era sparato un colpo, e poi si era sdraiato per dormire.

 
 
Un sincero ringraziamento alla mia amica Tiziana che, conoscendo la mia ritrosia nei confronti di autori contemporanei, mi ha portato il libro da leggere sicura che mi sarebbe piaciuto, e così è stato.


















sabato 24 dicembre 2016

Pierre Grimal - CICERONE - Il Giornale - Biblioteca Storica





L'ultimo alleggerimento della zavorra libresca operata da mio fratello Mario, mi ha fruttato una ventina di volumi della biblioteca storica edita da Il Giornale qualche anno fà. La collana completa ne contava ben 40, tutti dedicati alla civiltà greco-romana.

Il mio interesse si è concentrato subito nei volumi che trattano il periodo (circa una sessantina di anni) che vanno dall'esordio politico di Silla alla nascita dell'Impero, e che coincidono con gli anni in cui è vissuto Marco Tullio Cicerone (106 a C.- 43 a C.).

Figura complessa quella di Cicerone, in largo anticipo sui tempi per la sua visione moderna dello stato, autore di numerose opere - molto più citate che conosciute - e le cui traduzioni hanno angosciato, e ancora angosciano, generazioni di studenti, impegnati ad interpretarne i lunghi e complessi periodi.

L'autore di questo volume, Pierre Grimal (1912-1996), è stato uno dei maggiori storici e latinisti francesi: professore alla Sorbona di lingua e civiltà latina, traduttore di Cicerone, Seneca, Tacito, Plauto e Terenzio, nonché autore di numerose biografie e saggi sui vari aspetti della civiltà romana. 

Questa biografia di Cicerone, redatta nel 1986, oltre che ricostruire tutti i più importanti processi che lo videro protagonista assoluto dell'arte oratoria, difendendo o accusando i maggior personaggi della sua epoca, da conto della notevole attività letteraria e degli studi filosofici che, specialmente nei momenti difficili della vita politica romana, quando costretto all'esilio per le sue posizioni, o prudentemente autorelegatosi in una delle numerose ville possedute, poteva coltivare, scrivendo, quell'otium cum dignitate che è fondamento della sua visione della vita.

In un'epoca in cui senza la disponibilità di un proprio esercito, le ragioni politiche stentavano ad ottenere udienza, il perenne contrasto tra l'imperium esercitato dai consoli e  l'auctoritas esercitata dal senato, metteva a repentaglio la res publica e  minacciava la libertas, fondamento della natura stessa di Roma, che Cicerone così interpreta: «Tutte le nazioni possono sopportare la schiavitù, la nostra civitas non può» (Omnes nationes servitutem ferre possunt, nostra civitas non potest).

Per le vicissitudini vissute, si potrebbe sintetizzare la vicenda umana di Cicerone adattando il noto passo di Manzoni riferito a Don Abbondio: "si rese conto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro", perché tali erano  Silla, Catilina, Clodio,  Cesare,  Pompeo, Antonio, Ottaviano con i quali si trovò a viaggiare, sempre in rotta di collisione nella strenua difesa della res publica contro la tirannide di un solo uomo al potere.

Non trovò orecchie disponibili a concretizzare il suo Cedant arma togae e pagò con la vita  la sua mancanza di risolutezza.

domenica 4 dicembre 2016

Beppe Fenoglio - UN FENOGLIO ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - Einaudi 1973 - £ 2.800




Sono un convinto lettore di Beppe Fenoglio (1922-1963). Mi piace la sua prosa essenziale, che in qualche modo mi ricorda Sherwood Anderson. Ho letto con immutato piacere I ventitre giorni della città di Alba (1952), La malora (1954), La paga del soldato (1969). Poi ho scovato, in uno dei tanti scatoloni che contengono la biblioteca di famiglia, questo libro pubblicato postumo, mettendo assieme scritti di epoche diverse, incompleti e sicuramente destinati ad essere profondamente rimaneggiati dall'autore se ne avesse avuto il tempo e il desiderio di vederli pubblicati. Ma così è: gli eredi e le case editrici ritengono di svolgere un'opera meritoria nei confronti degli autori scomparsi, pubblicando tutto ciò che trovano violando i loro cassetti!

Inizio a leggere. Il paese. Un racconto? Un romanzo? Capitolo primo, secondo, terzo, undicesimo e poi niente, finito così.

Vado avanti: I penultimi. Parte prima: 12 paragrafi. Parte seconda: 2 paragrafi: il racconto finisce a metà di un discorso: Levò di tasca il cannocchiale come se volesse offrirmi chissà che dimostrazione, ma poi ".

Seguono La licenza, Il mortorio Boeri, Un fenoglio alla prima guerra mondiale. Anche questi incompleti. In copertina nessun accenno. Nel risvolto è detto: A dieci anni dalla scomparsa di Beppe Fenoglio, questo nuovo volume che raccoglie organicamente una serie di racconti inediti, rinvenuti tra le sue carte, comprova ancora una volta quanto abbia perduto, con lui, la nostra narrativa. Se ti trovi in libreria e leggi questo risvolto presumi si tratti di opere complete, e passi direttamente alla cassa.

Ma non è questa la sola sorpresa.

Il testo è inframmezzato, direi di più, infarcito a bella posta di termini inglesi. Non solo la voce narrante, nel descrivere reazioni o situazioni, utilizza (senza nessuna esigenza narrativa) termini inglesi, ma anche personaggi che non hanno con questa lingua alcun rapporto, la utilizzano abbastanza casualmente e forse non sempre correttamente. Esempio:
Il capotavola sospiro e wawed all'ostessa per un bicchiere nuovo.
Più avanti (siamo ancora alla prima pagina) troviamo:
Tutt'intorno gaped.
Poche righe e:
Paco sospirò ed estrasse il pacchetto delle sigarette. Il medico fumbler con le dita apposta per estrarne una ed un'altra farne cadere.
E ancora:
Ci fu un moderato chucklink, la maggior componente di esso provenendo dalla bocca grassa e parca di Paco.
La perpressità, il disagio, ma anche il fastidio per quest'uso immotivato di una lingua così estranea al contesto paesano, delle Langhe tra le due guerre, è enorme, ma con fatica vado avanti cercando di concludere la lettura del volume.

A un certo punto un personaggio, l'aiutante di un commerciante di animali, ad una vecchia contadina chiede a proposito del figlio morto di costei:
-Wat did he die for? - disse Remo.
E la contadina langhirana, senza batter ciglio, come se si trovasse nelle verdi campagne del Hampshire , risponde:
- Nessuno l'ha mai saputo. O almeno nessuno ce l'ha mai detto...
C'è un limite a tutto! e qui questo limite è stato superato. Non ce l'ho con Fenoglio, sia chiaro. Lui aveva tutto il diritto di sperimentare linguaggi e forme narrative secondo il suo estro e desiderio. Magari in fase di completamento dell'opera si sarebbe reso conto da solo di quanto inverosimile, e anche un po' ridicolo, sia mettere in bocca ad un contadino langharolo termini inglesi a casaccio. Magari questo materiale grezzo non era destinato alla pubblicazione, e non tenendone conto, l'editore, non ha fatto un buon servizio all'autore ed ai suoi lettori.

In appendice le Note del curatore, GinoRizzo, che nulla spiegano dei problemi da me posti e, a chiudere, prima dell'Indice, il Glossario: 113 termini, o intere frasi, in inglese qui tradotte, con l'indicazione degli errori da matita blu commessi dal'autore.

Fenoglio, bontà sua, non poteva sapere che nel primo decennio del nuovo millennio, qui in Italia l'inflazione dell'uso improprio della lingua inglese, avrebbe raggiunto e superato i limiti della decenza, rivelando un insopportabile provincialismo che, dallo Stato ai mezzi di comunicazione, avrebbero inquinato il già mediocre linguaggio usato dai suoi connazionali. Sapendolo se ne sarebbe ben guardato dall'utilizzarlo.


 
 




i racconti lievitano sino alle dimensioni di una ruvida epica paesana, in virtú di un linguaggio che utilizza accortamente le durezze sintattiche e lessicali del dialetto, e le robuste metafore del parlare contadino, in una cifra stilistica di penetrante efficacia.


giovedì 18 agosto 2016

Goethe - VIAGGIO IN ITALIA - Oscar Mondadori 2010 - € 16,00

Di tutt'altro genere rispetto a quello di Montesquieu, il Viaggio in Italia - lungamente atteso e preparato - di Johann Wolfang von Goethe (1749-1832), se non altro per la diversa sensibilità  culturale che distingue i due grandi europei: essenzialmente politica e giuridica quella del primo, poetica, artistica e filosofica quella di Goethe. Ma non solo. Gli interessi  di Goethe, che lo fanno definire uomo universale, lo portano ad interessarsi e a fornirsi di un'erudizione in discipline che spaziano dalle arti alle scienze, come botanica (sua La metamorfosi delle piante,1790 oppure i Principi di filosofia zoologica e anatomia comparata, 1793) o di mineralogia. 

Goethe non era un viaggiatore per vocazione, non sentì mai la necessità di visitare le grandi capitali europee, Londra o Parigi; l'unico paese che lo indusse ad un lungo e impegnativo soggiorno fu l'Italia, dove non solo visitò i più importanti luoghi d'arte, ma studiò con dedizione disegno, prospettiva, l'uso del colore e l'arte di modellare. Dei progressi che faceva in tali attività, scriveva, non senza una punta d'orgoglio, ai suoi corrispondenti a Weimar, salvo poi confessare l'inanità dei suoi tentativi.

Per chi fosse interessato, in via del Corso 18 a Roma, sede della Casa di Goethe, dove visse dal 1786 al 1788 ospite dell'amico pittore Tischbein, è allestita una mostra permanente degli scritti e dei disegni di Goethe effettuati durante il suo soggiorno a Roma. 
Ritratto di Goethe nella campagna romana,  dipinto da Tischbein (1,64x2,06)


Quando, dopo aver visitato quasi di sfuggita l'Italia del Nord, saltando incredibilmente Firenze, giunge finalmente a Roma, capisce che questa era la meta lungamente sognata, e scrive:

Non osavo quasi confessare a me stesso la mia meta, ancora per via ero oppresso dal timore, e solo quando passai sotto Porta del Popolo seppi per certo che Roma era mia.
...mi decisi a intraprendere un così lungo e solitario cammino, alla ricerca di quel punto centrale verso cui mi attirava un'esigenza irresistibile. In verità, negli anni più recenti era diventata una specie di malattia, dalla quale solo la vista e la presenza immediata potevano guarirmi.
Ho pressoché sorvolato le montagne tirolesi; ho visitato bene Verona, Vicenza, Padova e Venezia, di sfuggita Ferrara, Cento e Bologna, e Firenze, si può dire, non l'ho veduta. L'ansia di giungere a Roma era così grande, aumentava tanto di momento in momento, che non avevo tregua, e sostai a Firenze solo tre ore. Eccomi qui adesso tranquillo e, a quanto pare, placato per tutta la vita.

Nel giorno dei Morti assiste ad una funzione pubblica, nella cappella privata del papa al Quirinale, e il suo spirito caustico non manca di manifestarsi:

La funzione era già cominciata, e il papa si trovava in chiesa con i cardinali. Bellissima e dignitosa la virile figura del Santo Padre (Pio VI Braschi), vari i cardinali d'età e d'aspetto. Mi prese lo strano desiderio che il capo supremo della Chiesa aprisse l'aurea sua bocca e, parlando estatico dell'indicibile letizia delle anime beate, comunicasse anche a noi la propria estasi. Ma poiché lo vidi semplicemente andare sù e giù davanti all'altare, voltandosi un po' di quà e un po' di là, gesticolando e borbottando come un prete qualunque, si risvegliò in me il peccato originale del protestante, e il noto e consueto rito della messa non mi piacque più per nulla. Gesù Cristo aveva fin dall'infanzia interpretato a viva voce La Scrittura, e anche nell'adolescenza certamente non aveva insegnato e operato in silenzio; anzi, parlava volentieri, bene e con sagacia, come sappiamo dai Vangeli. Che direbbe, pensavo, se entrasse qui e scorgesse la sua immagine sulla terra andar su e giù biascicando e ballonzolando? Mi venne in mente il Venio iterum crucifigi, tirai per la manica il mio compagno e ce ne andammo a cercar respiro nei saloni dalle volte affrescate.

Che dire della meraviglia manifestata di fronte ai monumenti, fino ad allora visti solo attraverso le incisioni del Piranesi, che suo padre Johann Caspar aveva riportato dal proprio viaggio in Italia nel 1740, e che influenzò fortemente il giovane Wolfang.

Manifesterà in seguito poca stima per Piranesi, scrivendo con una punta di ironia:

Per quella volta ci limitammo a salutare con gli occhi la sagoma della piramide Cestia; e le rovine delle Terme Antoniane o di Caracalla, di cui Piranesi ci ha favoleggiato con tanta abbondanza di effetti, non diedero in quel momento che ben poca soddisfazione al nostro occhio, educato al gusto pittorico.
Mai come in questo caso, mi rendo conto, di quanto risulti arbitraria la scelta delle cose da evidenziare; in un'opera che consta oltre 700 pagine, comprese le indispensabili note, ogni scelta è fatalmente opinabile; ricorderò solo il capitolo che Goethe dedica al carnevale romano a cui ha assistito per due anni di seguito, facendone una cronaca dettagliata, così vivida nello sguardo d'insieme e nei particolari da risultare una pagina di grande giornalismo per l'epoca, e una pagina di storia affascinante per noi posteri.

Devo alla gentilezza dell'amica Tiziana, ispiratrice di tante scoperte letterarie, l'avermi fornito di entrambi i volumi inerenti i viaggi in Italia di Goethe e di Montecquieu, che qui ringrazio riconoscente e saluto con rinnovata stima..

lunedì 8 agosto 2016

Montesquieu - VIAGGIO IN ITALIA - Economica Laterza 1996 - £ 16.000

Charles Louis de Secondat, barone di la Bréde e di Montesquieu (1689-1755), filosofo, giurista, storico, politico, fu uno dei maggiori esponenti dell'illuminismo francese, tra i principali teorici del liberalismo settecentesco, autore delle Lettere persiane (1721) e della monumentale opera  Lo spirito delle leggi (1748), nella quale enuncia il principio della separazione dei poteri,  fondamento della Costituzione statunitense e francese, e di tutta la politica moderna. 

Questo volume di Laterza dal titolo Viaggio in Italia, è ricavato in realtà da quella parte dei suoi diari relativi al periodo 1728-29 che Montesquieu trascorse nel nostro paese; non certo per fare turismo, ma per completare la propria formazione intellettuale, convalidare e sviluppare le proprie idee intorno alla natura dei popoli e dei loro costumi.

La natura frammentaria  dell'opera, propria della forma diaria degli scritti, è evidente dalla grande varietà di argomenti trattati, che non avrebbero ragion d'essere se l'opera fosse stata concepita come esclusivo resoconto di un Viaggio in Italia. 


 Quando si entra nello Stato del Papa, si trova un paese migliore, ma più miserabile. Non è così gravato d'imposte come quello di Firenze; anzi, lo è troppo poco; ma siccome non c'è né commercio, né industria, stenta a pagare i suoi tributi quanto gli stessi Fiorentini; in realtà non hanno alcuna manifattura. Ora, il sistema dell'Europa è tale che la spesa per il vestiario supera quella del vitto, e che un paese che fa venire da fuori il vestiario di cui ha bisogno, e non può pagarlo con i frutti della terra, è rovinato, perché occorre coltivare un campo che potrebbe nutrire tre uomini per vestirne uno solo; e questo deve necessariamente spopolare il paese.

Più avanti un vistoso errore, sfuggito anche ai curatori dell'edizione, perché non viene rilevato nella  nota in calce, dove però si informa che, nel manoscritto, Appia è scritta in italiano, (come se si potesse scrivere in un'altra lingua!):

Da Viterbo a Roma ci sono 40 miglia.
S'incontrano dei tratti della via Appia, ancora integri. (....)
Quando il Papa attuale andò a Viterbo, furono aggiustati parecchi tratti di questa strada Appia, e molto male l'hanno aggiustata a modo nostro e senza metterci margo (bordo), perciò in cinque o sei anni sarà distrutta ed è già parecchio rovinata.  

Tutti sappiamo che la via Appia, detta regina viarum,  traccia un percorso verso sud fino a Brindisi, mentre è l'antica via consolare Cassia a collegare Viterbo con Roma . Transeat!

Un grosso problema per i viaggiatori stranieri dell'epoca erano le confuse e allarmate  notizie circa il pericolo incombente della malaria, presente in molte parti d'Italia e specificamente nella campagna romana. Così ne parla Montesquieu arrivato a Roma:

Ho sentito dire dal Cardinale (si riferisce a Melchior de Polignac 1661-1711, uomo politico e cardinale, fu ambasciatore a Roma) che le cause della malaria di Roma sono complesse, e che fanno effetto solo quando si è dormito (le parti maligne si insinuano più facilmente quando le fibre sono meno tese), e di più, ordinariamente, quando si è fatto uno stravizio di qualsiasi genere; che la malaria si prende nella campagna romana, e non nella città, che è in basso, né sui monti che la circondano.
Queste cause sono: 1. che le acque non scorrono più tanto bene; 2. che ci sono dei fossati sulle rive del mare, che d'estate si asciugano producendo insetti ed esalazioni cattive; 3. che ci sono molte miniere di allume e d'altri minerali, che emanano esalazioni.
Ha dimenticato un'altra ragione, che mi riguarda più da vicino; le acque invernali, che ristagnano sotto terra, perché il suolo qui, dove ci furono tanti edifici un tempo, è tutto pieno di cavità.

In un'altra parte delle memorie, scrive:

La malaria, che regna durante l'estate a Roma, intorno a Roma e nel reame di Napoli, comincia con una febbre impercettibile, che in seguito scoppia. Dopo, si muore quasi in ogni caso. (....) come se si dorme in un luogo diverso in cui si dorme abitualmente; foss'anche da un quartiere della città ad un altro, e perfino da una stanza all'altra della stessa casa. Ho sentito dire dal Duca di Monragone che un uomo ne era guarito con l'emetico (farmaco capace di provocare il vomito). I medici vi danno solo rimedi inutili e inefficaci. Il Conte di Gallas, nominato viceré di Napoli, e impaziente di regnare, partì in estate e morì, come una parte del suo seguito.

Le informazioni scentifiche in quegli anni viaggiavano assai lentamente, e il buon Montesquieu non poteva essere a conoscenza che fin dal 1717 il medico e archiatra pontificio Giovanni Maria Lancisi (1654-1720), aveva, con il De noxiis paludum effluviis eorumque remediis, intuito che la causa della malaria erano le zanzare, che ne erano il veicolo di diffusione; insetti che provenivano principalmente dai canali di scolo e dai territori alluvionati.

Per avere un'idea di cosa era Roma solo qualche anno dopo la visita di Montesquieu, può essere interessante utilizzare questa pianta topografica interattiva di Giovanni Battista Nolli (1692-1756) eseguita nel 1748.
http://www.romaierioggi.it/la-nuova-topografia-di-roma-nolli-1748/

Un aspetto di grande interesse in quest'opera di Montesquieu, oltre le sue considerazioni intorno  alla pittura, scultura e architettura, molto particolareggiate e tecniche, sono le descrizioni  degli intrighi politici nelle corti europee, e in particolare quelli legati all'elezione del Papa nel conclave del 1724, raccontate con dovizia di particolari per le confidenze avute dal cardinale francese de Polignac, fino al virgolettato dei dialoghi, dove apprendiamo con sorpresa che i sovrani di Francia, Spagna, Napoli e l'Imperatore (cioé i tedeschi) avevano diritto di voto nel conclave, quello stesso conclave che, dopo aver bruciato per manovre politiche tutti gli altri candidati favoriti, portarono all'elezione, contro la sua volontà, del semplice e ingenuo cardinale Orsini col nome di Benedetto XIII.

Infine, poiché i voti per Orsini aumentavano ogni giorno di più, i cardinali italiani dissero:  «Se la manovra per Orsini fosse seria, riusciremmo ad eleggerlo.» - «Perché no? - disse Albani, - E' un santo.» Fu fatto papa. Voleva scappare e calarsi dalla finestra. «Signor cardinale - diceva al cardinale di Polignac - sono incapace. Non so che qualche fraterie. Jo governerò male. Non cognosco li affari della Christianità. Mi condurrò male.»

 Di grande attrattiva, e non potrebbe essere altrimenti, le descrizioni di quei luoghi visitati dal grande viaggiatore, soprattutto quelli che il lettore per consuetudine conosce e ama:

Il 1° giugno 1729 sono stato a Monte Porzio, villaggio che appartiene al principe Borghese. Là era la casa di Porcio Catone, che discendeva da una famiglia originaria di Tuscolo. Quando Annibale venne ad accamparsi in quei paraggi, Catone fece pubblicare che se qualcuno avesse voluto vendere le terre su cui era accampato Annibale, egli le avrebbe comprate al prezzo dell'anno prima. Nel villaggio c'è una chiesa molto bella, d'un'ottima architettura. Il quadro dell'altare maggiore è bellissimo. 
Di là si vede tutta la campagna romana, ad ovest ed a settentrione, fino alla catena di montagne dove abitano i Sabini; si vede Tivoli o Tibur, Palestrina o Preneste; verso il declivo dei colli, a settentrione, si vede il Monte Soratte, ed altri villaggi. Il vino è ottimo.

Tutto il paese che ho descritto, fra Tivoli, Frascati e Palestrina è migliore è più ricco di quello che ho visto da Firenze a Roma, e da Roma a Napoli, senza paragone. I villagi sono più frequenti, popolati, ben costruiti; belle strade, chiese ben fatte; e soprattutto una gran quantità di bambini. Una contrada assai fortunata, specie fra Monte Porzio e Genzano, una zona di 11 miglia circa, veramente molto bella: Monte Porzio, Frascati, Marino, Castel Gandolfo, Albano, Ariccia e Genzano.

Senza volerlo il grande illuminista anticipa di poco meno di duecento anni i motivi che hanno reso famosa la canzone romanesca , 'Na gita a li Castelli (1926).